Proteste in Siria: schizofrenia mediatica e guerra delle immagini

Ormai più di un anno è passato dall’inizio delle proteste siriane, eppure la confusione continua a regnare sullo svolgersi degli eventi che stanno sconvolgendo il Paese.

Dalla Siria giungono soltanto notizie ufficiali, bollettini governativi, mentre dall’esterno (l’accesso al Paese è tuttora difficoltoso per i giornalisti stranieri, a meno di mettere a rischio la propria vita) le veline delle agenzie di stampa internazionali non sembrano capaci di confermare alcuna informazione, cavandosela spesso con un generico “reportedly”.

Se il quadro degli avvenimenti è quindi offuscato, quello clinico è invece piuttosto chiaro: la copertura mediatica delle proteste siriane soffre di schizofrenia. La realtà diviene pura opinione, ogni parvenza di obiettività viene a mancare, e la comunicazione tra le varie fonti dell’informazione è del tutto assente.

Passando a rassegna gli articoli, i servizi e i post che riguardano la crisi siriana, è difficile riuscire a comprendere a fondo le dinamiche attuali del Paese: l’opinione pubblica fa tuttora fatica a capire chi si stia ribellando e contro chi (o cosa), quali siano le motivazioni che muovono i manifestanti, chi sia l’opposizione, ecc.

Quello che si distingue chiaramente sono invece gli schieramenti sul campo della guerra delle immagini: da una parte i media panarabi e internazionali, erigendosi a portavoce delle proteste pacifiche, denunciano la brutalità della repressione governativa, mentre dall’altra il governo e la sua fedele agenzia di stampa ufficiale (la Syrian Arab News Agency) accusano un complotto di portata internazionale di voler minare alla stabilità e alla sicurezza interne del Paese.

Sì sa, le guerre moderne si combattono ormai su due fronti, sul campo e nei media, e il caso siriano non fa certo eccezione. Il regime ba’athista, resosi conto che i meccanismi della censura classica non erano più sufficienti, ha fatto ricorso a più sofisticate strategie mediatiche: non solo ha ristretto lo spazio e l’attività giornalistica, filtrato le notizie provenienti dal Paese e arrestato chiunque pubblicasse notizie giudicate false o sovversive, ma ha anche avviato una campagna di “contro-notizie” e “contro-immagini”.

Quella imposta dalle autorità governative è dunque, per usare le parole di De Angelis, una vera e propria «dieta informativa». E i media internazionali, come rispondono invece? In parte limitati dalla difficoltà di accedere direttamente alle notizie, sono stati costretti a ricorrere ai moderni mezzi del giornalismo partecipativo: articoli e commenti pubblicati su blog, video amatoriali caricati su Youtube, post su Facebook e Twitter. Seconde, o addirittura terze fonti la cui attendibilità non è sempre confermabile.

Ci sono poi i casi di disinformazione, di notizie false e confezionate ad hoc, di mistificazione dei fatti. I più attenti al caso siriano si ricorderanno del blog della giovane omosessuale di Damasco, “A gay girl in Damascus”, poi rivelatosi una bufala (il blog era infatti gestito da un attivista americano residente a Edimburgo che scriveva sotto mentite spoglie).

Insomma, la guerra mediatica in corso in Siria non risparmia nessuno, con il risultato, purtroppo, che nella confusione generale l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sulla crisi siriana va scemando. Anche chi segue con interesse gli eventi nel Paese è scoraggiato dalla mancanza di notizie verificabili, ma soprattutto dal fatto di essere costretto a prendere una posizione: seguire i media panarabi e internazionali significa essere etichettati come sostenitori dei rivoltosi, mentre a seguire quelli governativi si viene tacciati di propagandismo.

Lasciando ai posteri l’ardua sentenza su chi vincerà la guerra, una cosa è certa: nelle varie battaglie mediatiche che si sono finora succedute, la vittima prediletta è stata la verità.


25 aprile 2012

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