“To pass the buck”, chi gioca a poker lo sa, significa passare il segnale a chi tocca giocare la mano. Il fermacarte sulla scrivania del Presidente Truman recava la scritta “The buck stops here”. L’assunzione di responsabilità è del Presidente e non può essere scaricata su altri.
Chissà se Obama sa giocare a poker.
Le parole di Leon Panetta, segretario alla Difesa americano, pronunciate il 2 dicembre presso il Washington’s Saban Center for the Middle East devono aver preoccupato non poco gli analisti israeliani. “Iniziare un conflitto in Medio Oriente è una decisione che potremmo rimpiangere”. Michael Oren, ambasciatore israeliano a Washington, ha immediatamente fatto recapitare una nota formale di protesta all’amministrazione, mentre l’ “honest broker” Panetta era costretto ad una spericolata marcia indietro.
“The buck stops here”. Non che gli israeliani auspichino una guerra con l’Iran, ma durante le scorse presidenziali Obama aveva offerto precise garanzie alle lobby ebraiche e ai suoi robusti donatori: incalzato da McCain (“c’è solo una cosa peggiore di una guerra con l’Iran, un Iran nucleare”), aveva promesso tutti gli sforzi dell’amministrazione per fermare il programma di Teheran. A novembre si vota, Obama si gioca la ri-elezione anche sui delicati rapporti con Tel Aviv.
La delusione e la preoccupazione israeliana ha il volto placido di Moshe Ya’alon, ministro per gli affari strategici del governo di “Bibi” Netanyahu. Ya’alon, parlando all’AngloLikud (un organizzazione anglosassone del Likud che difende gli interessi di Israele nel mondo), ha sottolineato che la strategia occidentale per fermare l’Iran deve includere l’opzione militare. E’ l’extrema ratio, ma la sua minaccia deve essere credibile. E il problema dell’amministrazione americana è proprio la credibilità, a Tel Aviv nessuno se la beve. “Se tu affermi che il prezzo di un’azione militare è troppo alto – afferma Ya’alon – nessuna promessa di azione militare è credibile”.
Il governo Netanyahu, scrive l’analista d’intelligence Eli Lake, rifiuta di condividere informazioni sensibili circa un attacco preventivo alle centrali iraniane con Washington. Dal 2009, diversi analisti militari presso l’ufficio del segretario alla Difesa americano hanno iniziato a elaborare scenari che prevedevano un attacco unilaterale israeliano. E’ la mancanza di fiducia, al di là delle dichiarazioni ufficiali, che mina i rapporti tra Washington e Tel Aviv.
“The buck stops here”. L’amministrazione, dopo l’intervista di Panetta, ha tentato di ricucire sul piano diplomatico i rapporti con Tel Aviv. Ehud Barak, il falco ministro della Difesa, era a Washington la scorsa settimana per discutere il dossier iraniano, mentre l’amministrazione inviava in Israele due suoi uomini chiave: Wendy Sherman, sottosegretario di Stato per gli affari politici e Robert Einhorn, consigliere speciale di Hillary Clinton per il controllo degli armamenti. Nel frattempo, dagli schermi della CBS, Panetta affermava che gli Usa sarebbero stati pronti anche ad usare la forza.
La rottura tra Tel Aviv e Washington si consuma lungo ‘le sottili linee rosse’, oltrepassate le quali a Washington sanno perfettamente che Tel Aviv darebbe il ‘via libera’ agli strikes aerei. Matthew Kroenig le ha elencate freddamente dalle pagine di Foreign Affairs la scorsa settimana, caldeggiando un’ iniziativa dell’amministrazione Obama: 1) arricchimento delle scorte di uranio superiore al 90%, 2) installazione di nuove centrifughe nelle centrali vicino alla città santa sciita di Qom, 3) espulsione degli ispettori internazionali sulle armi nucleari.
L’Iran, giocando al rialzo, ha promesso l’apertura di dieci nuovi siti nucleari. Kroenig – intervistato dal Daily Best – ritiene il numero fanta-scientifico. Al tempo stesso crede però plausibile che l’Iran stia lavorando a nuove strutture di arricchimento per ora tenute segrete.
“The buck stops here”. La formula preferita dall’amministrazione americana è “tutte le opzioni sono sul tavolo”, il gergo diplomatico che traduce lo stallo strategico di fronte al dilemma che corre sull’asse Teheran-Tel Aviv-Washington.
I sabotaggi segreti con gli worm Stuxnet e Duku in grado di infettare le schede logiche prodotte dalla Siemens nella centrale di Natanz proseguono, ma gli ultimi report segreti sul tavolo dei consiglieri della sicurezza americani rivedono al ribasso i successi degli attacchi cibernetici. Le stime riservate parlano di un ritardo nei piani di arricchimento dell’uranio, grazie all’attacco dei virus, di un solo anno.
Il problema, sottolinea Henry Sokolski – direttore del Nonproliferation Policy Education Center –, è che l’amministrazione non può pensare di giocare la carta dell’embargo economico senza considerare il passo successivo. E lo step successivo è una qualche forma di azione militare, non solo cibernetica. Dennis Ross, ex special advisor di Hillary Clinton per il Golfo Persico e per il Sud Est Asiatico (incluso l’Iran), ha dichiarato: “l’azione militare è esattamente ciò che l’amministrazione ha in mente”.
Il 10 novembre Ross ha lasciato l’amministrazione e oggi si rifiuta di rispondere alle telefonate e alle mail di giornalisti americani che chiedono chiarimenti su quelle dichiarazioni. Secondo il quotidiano ebraico Haaretz, Ross avrebbe lasciato per dissidi con George Mitchell, inviato speciale in Medio Oriente dell’amministrazione. I due si sarebbero tolti il saluto perché Ross avrebbe condotto in autonomia una partita delicata sul dossier palestinese: chiedeva a Netanyahu di congelare nuovi insediamenti, promettendo in cambio aiuti (e garanzie?) americane militari a Tel Aviv. Una partita spregiudicata, di cui le dichiarazioni circa un’opzione militare sul tavolo del Pentagono hanno rappresentato probabilmente solo l’ultima goccia che ha fatto saltare la sua poltrona.
I dissidi tra Washington e Tel Aviv si giocano sui dossier d’intelligence. Il 2 dicembre, stesso giorno delle inattese dichiarazioni di Panetta, a Washington si tenevano gli Strategic Dialogue, una bilaterale annuale che vede riunirsi delegazioni di diplomatici, ufficiali militari e uomini d’intelligence americani e israeliani.
Gli israeliani avrebbero mostrato una nuova ‘prova fumante’ dalla quale risulterebbe che la produzione di combustibile nucleare a Teheran è più avanzata di quanto sospettino gli americani.
L’intelligence di Tel Aviv fa riferimento ad un report AIEA dal quale risulta che l’Iran disporrebbe di un ‘iniziatore di neutroni’: un dispositivo, costruito in berillio, contenente materiale radioattivo in grado di generare una scarica di neutroni. L’iniziatore, posto all’interno del nocciolo, è attivato su pressione di quest’ultimo e mette in contatto Polonio 209 o 210 con materiale fissile, generando neutroni. Il passo successivo è la detonazione. Per quelli che non avessero capito, quella descritta sopra è una bomba atomica.
Il disaccordo a livello d’intelligence è la causa dello stallo nella redazione delle ‘linee rosse’. Tel Aviv e Washington erano d’accordo sul fatto che nel 2003, subito dopo l’invasione americana dell’Iraq, l’Iran avesse sospeso i piani nucleari. Oggi, Israele ritiene che gli Ayatollah avessero approfittato dell’abbassamento dei riflettori per portare avanti i loro piani scellerati – ripresi ufficialmente nel 2005 – e contesta le stime dell’intelligence Usa (pubblicate nel 2007 e 2011) che sottovaluterebbero i programmi di Teheran. Ya’alon ha denunciato questa incomprensione nel suo discorso alla vigilia di Natale. La rottura corre lungo la linea rossa che delimita, quantificandoli, i progressi di Teheran.
“The buck stops here”. Il Telegraph ha reso noti il 30 dicembre dei documenti riservati sull’operazione Babilonia, che nel 1981 spense il reattore nucleare iracheno di Osirak. Il ministro della Difesa americano Weinberger, all’oscuro dello strike, si aggirava furioso per le stanze del Dipartimento: “Menachem Begin ha perso il controllo”. Il 7 giugno Tel Aviv non attese la luce verde di Washington per evitare che Saddam usasse armi chimiche contro il proprio territorio. La bonifica di Osirak durò due minuti e costò appena due milioni di dollari. La risposta a Weinberger arrivò, serafica, poco dopo: “Israele non permetterà un secondo Olocausto”. Firmato Begin.
“The buck stops here”. Questa volta “To pass the buck” potrebbe essere troppo pericoloso. Obama dovrebbe saperlo.
Photo credits: The U.S. Army / Flickr_CC
2 gennaio 2012
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