La crisi siriana, il nucleare iraniano, lo stallo della primavera araba, la situazione dell’Iraq e la quasi disfatta in Afghanistan pongono Washington in seria difficoltà in tutta l’area di crisi mediorientale. Gli USA nella regione hanno bisogno della Turchia, ma due fattori pesano gravemente su questa necessità: l’irrigidimento nelle relazioni tra Ankara e Tel Aviv e la reale capacità turca di proiettare potenza in Medio Oriente.
Fin dall’arrivo al potere in Turchia del partito islamico AKP, nel 2002, negli Stati Uniti ci si inizò a domandare se Ankara fosse ancora un alleato dell’Occidente. L’anno successivo le relazioni tra i due Paesi toccarono forse il punto più basso della loro storia quando, alla vigilia dell’invasione americana dell’Iraq, il primo ministro turco Erdoğan negò le basi militari agli alleati. In molti si convinsero che la Turchia non fosse più da ritenersi un alleato.
Obama, divenuto Presidente, fece la sua prima visita di un Paese musulmano proprio in Turchia, per riallacciare i rapporti che si erano deteriorati durante l’amministrazione Bush. Era il 7 aprile 2009 e solo 24 ore prime l’UE aveva ribadito il suo “no” all’ingresso di Ankara nel club europeo. Barak Obama, snobbando il duo Merkel-Sarkozy, scelse di far visita alla Turchia. Da lì ribadì la volontà americana di vedere lo Stato musulmano entrare in Europa. Il Presidente in seguito lodò le istituzioni laiche del Paese euro-asiatico, indicandole come modello a tutto il mondo islamico.
Poco più di un anno più tardi si riaccese però la polemica capitanata dalle personalità più vicine alle posizioni israeliane, che trovarono voce negli articoli in alcuni commentatori, David Schenker e Caroline Glick fra tutti.
Il 31 maggio 2010 un’imbarcazione turca di attivisti pro-palestinesi, la Mavi Marmara, venne attaccata dall’esercito israeliano in acque internazionali al largo delle coste di Israele. La Freedom Flottilla doveva rompere il blocco che isolava la Striscia di Gaza. Nove cittadini turchi vennero uccisi, provocando la rottura delle relazioni amichevoli tra Ankara e Tel Aviv.
Parte del Congresso americano iniziò a sostenere di dover “cacciare fuori a calci” la Turchia dalla NATO. In prima fila si trovava l’American Jewish Commette, che minacciò Erdoğan di togliergli l’appoggio della lobby ebraica riguardo alla questione armena. La Turchia non era più considerata amica da Israele e doveva pagare. M.J. Rosenberg sull’Huffington Post commentò: “Incredibile. La Turchia come tutti gli altri Paesi della NATO è un formale alleato degli Stati Uniti. L’alleanza non è stata formata perché amiamo i turchi (o i greci, gli italiani o chiunque altro) ma perché essa serve i nostri interessi strategici”. Di seguito aggiungeva: “Netanyahu e la sua lobby stanno operando con incallita noncuranza verso gli interessi americani”.
Rosenberg aveva toccato un punto cruciale. Gli Stati Uniti hanno più bisogno della Turchia che di Israele, ma nessun Presidente americano potrà mai scaricare Tel Aviv. Israele lo sa e così può invocare l’aiuto americano senza ripagare Washington con la stessa lealtà che in un’alleanza è dovuta. Gli USA hanno invece bisogno di un alleato in grado di mediare con un mondo islamico in rapida trasformazione e questo ruolo lo può garantire solamente la Turchia. Come ha sostenuto il generale Carlo Jean giovedì 19 aprile su Il Tempo,dopo le turbolenze della primavera araba gli Stati Uniti hanno bisogno di Ankara per non perdere completamente l’influenza nella regione.
I tentativi di Washington di evitare lo strike israeliano sulle centrifughe iraniane sono un chiaro esempio di come la strategia di Washington e quella di Tel Aviv non coincidano. Gli USA vogliono evitare un’ulteriore guerra nella regione e non si fidano delle intemperanze di Israele. Obama sembra propenso a incoraggiare la mediazione turca sulla questione del nucleare iraniano e a calcolare il ruolo della Turchia nel più ampio scenario di trasformazione mediorientale.
Per sostenere questa scelta, gli Stati Uniti non possono però fare a meno di offrire garanzie certe ad Israele, che si trova in prima in linea e le cui paure sono giustificate da un sistema regionale totalmente ostile. La minaccia di un olocausto nucleare, vera o presunta che sia, fornisce a Israele ottime argomentazioni per affrancarsi dal dovere della lealtà verso l’alleato americano. Obama questo lo sa e dovrà fare molto di più di quello che ha fatto finora per evitare che Tel Aviv decida di agire autonomamente, trascinando gli USA in un conflitto con l’Iran.
Sponsorizzare il modello turco per il Medio Oriente potrebbe essere per Washington una scelta obbligata di lungo periodo. Dopo il fallimento della guerra in Iraq, che ha di fatto regalato gran parte del Paese arabo all’influenza iraniana, la Turchia è l’unico Stato della regione che ha la capacità di opporsi a Teheran nell’influenza del Grande Medio Oriente, dal Marocco al Pakistan.
Negli Stati protagonisti del risveglio arabo si gioca una partita pericolosa per tutto l’Occidente. Una partita che vede come contendenti le forze islamiche radicali e le formazioni islamico-moderate, ispirate dal “modello Erdoğan”. È evidente come gli americani possano solamente appoggiare la Turchia e sperare che sia il suo modello a imporsi. In questo Washington sarebbe aiutata anche dai Paesi del Golfo che, intimoriti dalla potenza iraniana, hanno iniziato a investire miliardi di petro-dollari nel Paese erede dell’Impero Ottomano.
La scommessa USA sul modello turco ha però più di qualche punto debole. Innanzitutto Ankara non è ancora in grado di proiettare potenza nella regione. Come sostenuto da una ricerca dell’USAK (International Strategic Research Organization) e pubblicato dal quotidiano turco in lingua inglese Hürriyet Daily News, la Turchia “può aver incrementato significativamente il suo profilo nel Medio Oriente, ma deve ancora colmare un grosso gap tra le sue attese e le sue capacità per diventare una vera ‘potenza regionale’”.
In ambito diplomatico viene fatto notare che solamente 26 funzionari parlano l’arabo. Per uno Stato che vuole imporsi come leader dei popoli arabi è davvero poco. Anche il tanto decantato soft power turco non sembra sempre così incisivo. È vero che la maggior parte dei popoli arabi segue assiduamente le soap opera turche, ma è pur vero che una gran parte di essi – non la maggioranza – le considera un “attacco culturale” dai “disgustosi valori secolarizzati”. In ultimo, il centro di ricerca fa notare come gran parte dell’export si basi su merce di modesta qualità, mentre la tecnologia viene per lo più importata.
Queste sono alcune delle ragioni che allontanano la Turchia dall’esser una potenza regionale vera e propria. Ai fini della strategia USA è rilevante che Ankara continui ad essere un modello spendibile nei confronti dei Paesi arabi in piena trasformazione politica. Piuttosto c’è da chiedersi se la Turchia sia in grado di proiettare potenza nella regione e, soprattutto, se sarebbe politicamente pronta a sostenere un proprio intervento nelle aree di crisi, anche militare. Ankara sembra voler sfruttare il ruolo di potenza neutrale, ma al momento opportuno dovrà fare una scelta.
Secondo gli analisti dell’agenzia d’intelligence Stratfor, la Turchia sta affrontando una fase di transizione da potenza minore a grande potenza. Obama è consapevole che questo vuol dire maggior autonomia da parte turca, ma ciononostante non ne può fare a meno.
La Turchia è ancora un alleato indispensabile della NATO. E’ il progressivo ago della bilancia degli equilibri mediorientali e centroasiatici. Gli Stati Uniti hanno quindi bisogno di Ankara per creare un Medio Oriente che sfugga all’influenza iraniana.
23 aprile 2012
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