Dov’era il Pakistan al vertice NATO di Chicago?

Attraverso i visori notturni, i piloti dei due enormi Black Hawk individuano l’avamposto del Korengal, appena superata la montagna dell’Abas Ghar. Gli Apache di scorta, come enormi vespe scure, scartano bruscamente a destra e a sinistra per anticipare le possibili traiettorie dei missili talebani. Se ci fossero cartelli lungo il fiume Pech reciterebbero qualcosa tipo “benvenuti nella valle della morte”.

I soldati scendono sulle rocce frantumate, recuperano il loro equipaggiamento e vengono accolti dai colpi di mortaio il cui eco non deve essere mai arrivato dalla parti di Chicago, dove i Paesi Nato hanno appena finito di discutere di exit strategy e nation building. Queste le eleganti parole con cui si cerca di celare la realtà di una transizione che, se sarà, sarà quella che ricondurrà il Paese nelle mani degli spaventosi Talebani.

C’è tutta l’amara consapevolezza di undici anni di guerra gettati al vento nei soldati che si tatuano sulla pelle la scritta INFIDEL (“è così che il nemico ci chiama via radio e allora…perché no?”). Per undici anni hanno dovuto difendersi dagli agguati dei talebani e ora, non appena sarà terminato il ritiro, l’Afghanistan tornerà nelle loro mani.

Soldati che hanno imparato a riconoscere il rumore secco dei proiettili e a rispondere al fuoco, nonostante sotto attacco, battito cardiaco e pressione siano a livello da infarto. A centoquarantacinque battiti al minuto le capacità motorie complesse vengono meno, a centosettanta si perde la vista periferica, profondità percettiva e udito, a centottanta il pensiero razionale cessa. Nel limbo, intestino e vescica sono fuori controllo e l’uomo torna agli istinti primordiali di sopravvivenza: immobilità, fuga o sottomissione. Ora è tutto finito, tutto inutile.

Quello che resterà, per chi ha combattuto nelle valli e sui monti afghani, sarà solo una cartella medica con la sigla ‘dpts’ (disturbo post traumatico da stress) e il freddo protocollo federale che, in casi come questo, prescrive dello Xanax e un po’ di marijuana. Secondo l’ex segretario di Stato Bob Gates, i talebani – che l’America e la NATO hanno combattuto per 11 anni – sono “parte essenziale del tessuto afghano”. Secondo Leon Panetta, gli operativi di al Qaeda in Afghanistan sono al massimo cinquanta. Il numero di incursioni notturne delle forze Isaf, che va avanti nonostante l’annuncio del ritiro, sembra smentire la faticosa “normalizzazione” (quantomeno lessicale) cercata e voluta dall’America e dai Paesi Nato.

C’è un interesse reciproco alla normalizzazione. I Paesi che vogliono il ritiro entro i prossimi due anni, Obama in testa, benedicono l’apertura di un ufficio diplomatico dei talebani a Doha e insistono sulla natura meno settaria del prossimo governo afghano. In pochi sono disposti a crederci.

I talebani sono un gruppo di etnia pashtun che non amano le altre etnie. Sotto Karzai le minoranze (come quella sciita azara) hanno goduto di qualche beneficio. Da oggi tutto può tornare come prima, quando gli uomini che non avevano la barba abbastanza lunga venivano uccisi. I talebani, per bocca dei loro emissari (come Zabiullah Mujahid) negano le trattative, in realtà in atto da oltre un anno, con il governo Karzai e con gli USA.

I talebani condannano ufficialmente gli attentati alla moschea di Mazar e Sharif e Kabul del dicembre 2011. Allargano la propria sfera d’influenza al nord, dove dominavano sino a poco tempo fa comandanti e ‘signori della guerra’ non pashtun (ma uzbeki e tagiki) perlopiù appartenenti all’Alleanza del Nord. Sembrano voler accreditare l’immagine di negoziatori rispettabili, piuttosto che quella di guerriglieri di Dio resuscitati dalle viscere di un medioevo centroasiatico.

Il ritiro consensuale è un percorso incidentato di avvicinamento reciproco. Da una parte l’America che sa di dover trattare con gli stessi che per anni ha additato per quello che erano (“tagliatori di gole”), dall’altro i talebani che avevano promesso “mai nessuna trattativa sintantoché tutti i soldati non si saranno ritirati”. L’errore americano non è stato tanto aver insistito sulle incursione notturne –  i talebani sono abituati a ben di peggio – , quanto aver insistito sulla Costituente di Bonn che sanciva la transizione di potere nelle mani dell’Alleanza del Nord. Quest’ultima è il maggiore gruppo di potere anti-talebano e soprattutto ostile agli interessi regionali del Pakistan, che osserva la transizione afghana con un occhio a Kabul e uno a Nuova Delhi.

L’incidente del 26 novembre 2011, con l’uccisione da parte di un aereo della NATO di 25 soldati pachistani al confine nord con l’Afghanistan, è stato bollato dal governo di Islamabad come “incidente non provocato”. Ha segnato di fatto il più lungo stop (oltre 55 giorni) nel programma di bombardamenti dei droni della CIA. Ma quanto può essere davvero considerato un incidente?

Negli stessi giorni gli americani si “scordavano” di pensare ad un ruolo per i talebani nella costituente e il Pakistan, tanto per confermare i sospetti di una copertura politica alla guerriglia talebana in Afghanistan, rifiutava sdegnato l’invito a Bonn.

L’importanza del Pakistan, senza scomodare Holdbrooke, è centrale a Kabul. “Non si vince la battaglia in Afghanistan se si perde la guerra in Pakistan”. Gli americani lo sanno e aprono più tavoli di trattative. C’è il problema del network Haqqani, una rete che compie attentati camuffandosi da polizia regolare, che adotta in tutto e per tutto la tattica terroristica, sfruttandone l’irregolarità. L’America fa la faccia dura e dichiara che “con i terroristi non si tratta”. Il problema è stato risolto non inserendo il network Haqqani nella lista delle organizzazioni terroristiche, un altro canale di trattativa possibile.

Quello dei talebani è un lento percorso di riabilitazione, necessario sia all’America – perché le cifre del nation building afghano sono quelle fornite da Max Boot al Wall Street Journal (oltre 4 miliardi di dollari l’anno per addestrare l’esercito regolare afghano), sia ai talebani, perché checché ne dicano quelli cui piace autocommiserarsi, gli afghani sono troppo deboli per una nuova offensiva del Tet. Il problema vero è uno solo. C’è solo un modo per far sì che i talebani possano tornare al potere indisturbati: andarsene. Ed è proprio quello che L’America e l’Occidente sta facendo.

L’esercito addestrato non è leale: ore e ore gettate nel mentoring, il processo che la dottrina COIN vuole alla base di quella che un tempo si sarebbe chiamata ‘conquista del cuore e delle menti’ e che, sempre più chiaramente, non da i risultati sperati.

Domenica 13 maggio Arsala Rahmani, capo dei negoziatori del governo afghano, è stato ucciso con un colpo di pistola col silenziatore da una Toyota Corolla che ha affiancato la sua vettura nella zona governativa di Kabul. Rahmani era il leader dell’Alto consiglio per la pace, un comitato creato dal governo di Kabul per occuparsi dei negoziati. A dicembre era toccato al suo predecessore Burhanuddin Rabbani, ucciso da un finto mediatore che nascondeva una bomba nel turbante. I due obiettivi erano nella lista delle persone da eliminare dei talebani.

Entrambi gli attentati hanno colto di sorpresa i talebani, che ne hanno rivendicato con qualche incertezza (e addirittura smentito in talune circostanze) la paternità. Agguati che oltretutto sono avvenuti con un modus operandi che a poco a che vedere con la guerriglia. E’ possibile che, in vista del ritiro americano da Kabul, sia già iniziata la lotta per il potere in Afghanistan. Sulle spoglie del governo Karzai danzano talebani negoziatori e talebani intransigenti. Dietro questi ultimi è facile scorgere l’ombra avvolgente dell’unico non invitato al party del ritiro.

Qualche indizio? Tutte le strade portano a Islamabad.


22 maggio 2012

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