L’ austerity ha le ore contate. Almeno a giudicare dalle opinioni ormai sempre più frequenti sulla stampa mondiale: Economist, Financial Times, New York Times. L’opinione pubblica del mondo globale è sempre più critica sull’approccio europeo scelto (se non “imposto”) dal duo Merkel-Sarkozy.
Sotto il fuoco dei mercati, i Paesi duramente colpiti dalla crisi del debito hanno adottato misure bollate col titolo “lacrime e sangue”. In principio furono i portoghesi che la scorsa primavera eleggevano Cohelo sulla base di un programma basato sui tagli. Successivamente, con le scelte dei nuovi governi in Spagna, Italia e Grecia, abbiamo assistito alla “vittoria” della linea economica richiesta dalla Germania.
Essere più “tedeschi”, “stringere la cinghia”, ridurre le voci di spesa. Nel caso italiano l’austerità si è tradotta con misure impopolari come la pesantissima riforma delle pensioni e le nuove tasse. Nel caso greco abbiamo registrato i licenziamenti dei dipendenti pubblici e la riduzione degli stipendi. Scelte odiose che hanno causato l’ondata di violenza e risentimento popolare di fronte al parlamento.
Diventare più “tedeschi” è stata l’amara pillola che gli Stati europei in difficoltà hanno dovuto ingoiare. Berlino non avrebbe mai accettato di avallare degli aiuti senza la dimostrazione di un ravvedimento dei Paesi più “spendaccioni” e senza l’abbandono di politiche ritenute “irresponsabili”. Queste stesse misure chieste dalla Germania sono quelle che il Fondo Monetario propone come conditio sine qua non per rilasciare prestiti.
Ma c’è una brutta notizia: l’ austerity non sta funzionando. Il debito greco è peggiorato nonostante i numerosi tagli e le misure adottate negli ultimi due anni. L’Italia entra ufficialmente in recessione. Spagna e Portogallo si trovano in condizioni simili, per non parlare di altri Paesi europei (Irlanda e Ungheria ad esempio). Tagliare la spesa ed eliminare gli sprechi, per quanto possa portare ad un bilancio statale più sano nel lungo periodo, non genera economia. Che l’austerity sia una scelta recessiva è cosa nota. E del resto i tedeschi son diventati tali non con qualche dolorosa riforma, ma con un sapiente piano di investimenti perseguiti negli anni.
E allora perché seguire questa strada? Forse per la mancanza di alternative? Con l’avvicinarsi di importanti elezioni in diversi Paesi riprende campo l’ipotesi tutta keynesiana dell’intervento dello Stato nell’economia.
Obama ha lanciato la corsa per la sua rielezione citando Teddy Roosvelt, Presidente repubblicano dell’inizio del XX secolo e grande sostenitore dell’intervento pubblico (prima ancora di Keynes). Obama parla di nuovi investimenti nelle infrastrutture, in ricerca & sviluppo ed istruzione ed esplicita gli ingredienti della sua ricetta per generare PIL. Elementi già presenti, in realtà, durante questi anni di presidenza. L’approccio della Casa Bianca, diametralmente opposto all’austerity, funziona? L’economia americana non appare certamente sana, eppur si muove. Cresce il numero degli occupati (anche se con lentezza) e si riprende leggermente il PIL. Ma rimane lo spauracchio di un debito pubblico e di un deficit a livelli non sostenibili e per cui i repubblicani invocano tagli.
Senza guardare oltreoceano, qui in Europa c’è Francçois Hollande. Il candidato socialista alle prossime elezioni di Francia promette un “ritorno dello Stato”. Anche lui propone gli stessi ingredienti: istruzione, infrastrutture, inclusione sociale. Hollande è anche un duro critico della linea europea scelta da Merkel e Sarkozy e promette di lottare a Bruxelles per cambiare rotta sul nuovo patto fiscale ritenuto troppo severo. Il candidato socialista annuncia che porterà il deficit francese sino al 3% (ben al di sopra dal limite del 1% stabilito un mese fa dal Consiglio Europeo).
Tuttavia, di fronte all’ipotesi di maggiore spesa pubblica per stimolare la crescita, rimane un paradosso di fondo. Sappiamo che se in questi mesi spread, speculazioni e rischi di default ci hanno tenuto compagnia il motivo va ricercato negli alti livelli di debito. Sappiamo anche che i mercati credono che non ce la faremo a ripagare i creditori, quindi si è adottata l’austerity per dimostrare che si sarebbe speso meno. Ad ogni modo se le economie non crescono e anzi entrano in recessione il divario tra quanto si deve ai creditori e quanto si produce aumenta. Serve dunque la crescita e serve subito. Ma in questa fase, se gli Stati spendono più soldi per stimolare l’economia aumentano i loro debiti. Ecco quindi il paradosso: se si taglia non si cresce e i debiti aumentano, ma se si investe i debiti aumentano comunque.
L’ austerity ha realmente le ore contate? Non esattamente. Il vento a favore della linea decisa dal duo Merkozy sta cambiando. I dubbi sorgono di fronte a scelte come quelle paventate da Hollande.
A dare una mano in questo momento economicamente paradossale potrebbe essere Monti, certamente non un “socialista”. Il premier è convinto di aver messo già abbondantemente le mani nelle tasche degli italiani e ha già annunciato la famosa fase due. Monti sa che gli Stati europei non possono permettersi di spendere come promette il candidato francese. La fase due non può che partire dunque dall’Europa.
Invece che trovare misure per garantire i debiti degli Stati in difficoltà e continuare ad imporre un’ austerity “dolorosa” e inefficace, l’Unione Europea dovrebbe trovare il coraggio di rilanciare uno sviluppo su larga scala, scegliendo quegli investimenti che alla lunga garantiranno maggiore crescita e coesione: infrastrutture dell’energia e dei trasporti, innovazione e tecnologia, un’istruzione “europea”, programmi per una solidarietà a vantaggio di tutti i cittadini dell’Unione. L’austerità svanirà solo se riusciremo a far partire un rilancio europeo, gli Stati da soli non ce la faranno. Arriverà presto il tempo della fase due dell’Unione?
Photo credit: danacreilly flickr/CC
20 febbraio 2012
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Ciao Matteo,
molto interessante la citazione dei discorsi keinesiani di Obama e Hollande. Anche il FT in occasione del WEf aveva scritto che i discorsi economici più importanti non venivano fatti a Davos ma a Washington e Parigi ovvero da Obama e Hollande in controtedenza con Merkozy che chiedevano più austerity e il duo Cameron – Osborne che chiedevano più capitalismo, perchè chiedevano più interventismo dello stato,senza tener conto dei vincoli di bilancio, per rilanciare la crescita. Fase due o no credo che le proposte d’oltreoceano e del candidato socialista alla presidenza francese debbano essere tenute a debito conto