25 gennaio 2013
Il governo sciita di al-Maliki affronta giorni di estrema tensione. Nel centro del paese gruppi sunniti hanno protestato contro l’operato di Bagdad, mentre il leader del movimento Sadrista, partito islamico iracheno a maggioranza sciita, Muqtada al-Sadr, invoca una nuova“primavera araba”. Intanto anche i rapporti tra curdi e governo centrale si stanno complicando e Iran e Turchia ne approfittano per inserirsi negli affari interni del vicino instabile.
Lo scorso dicembre l’ufficio e la casa del ministro delle finanze, Rafa al-Essawi, membro della coalizione sunnita Iraqyia, sono stati oggetto di una perquisizione da parte delle forze di sicurezza. L’operazione si è conclusa con l’arresto di tutte le guardie del ministro al-Essawi, il piccolo “esercito” personale che come è d’uso in Iraq protegge i membri del governo. Il ministro ha criticato la legalità dell’intervento (ufficialmente giustificato nell’ambito di una non ben definita operazione antiterroristica), e ha chiesto le dimissioni del premier al-Maliki.
La popolazione sunnita ha colto l’occasione per manifestare il malcontento accumulato scendendo in strada, principalmente nella provincia di Anbar. I sunniti lamentano di essere una minoranza discriminata e chiedono la modifica dell’attuale legge anti-terrorismo. Si tratta di un testo controverso che, non definendo in maniera chiara cosa si intenda per terrorista o atto terroristico, lascia ampi margini di manovra alle forze di sicurezza, in prevalenza sciite. Secondo Haaretz la percentuale di sunniti tra i prigionieri politici in Iraq si aggira intorno al 90 per cento.
Anche il clerico sciita Muqtada al-Sadr ha appoggiato le proteste dei sunniti contro il premier al-Maliki. Al-Sadr, spalleggiato dall’Iran. Il religioso ha accusato il premier di aver trasformato l’Iraq in una “farsa”, e non si è unito fisicamente alle proteste sunnite solo perchè durante il corteo sono stati esibiti ritratti di Saddam Hussein. Il gesto non sarebbe andato giù allo sponsor iraniano. Al-Sadr ha poi invocato anche l’insorgere di una “primavera araba” in Iraq e il ricorso a elezioni anticipate.
L’insoddisfazione per l’operato di al-Maliki si è estesa anche alle sedi istituzionali. L’8 gennaio scorso ministri curdi e sunniti hanno boicottato una seduta del governo come segnale di appoggio alle sommosse popolari anti-governative. Tra le accuse rivolte ad Al-Maliki c’è quella di accentrare troppo potere. Il premier iracheno detiene tre ministeri chiave ad interim: quello della difesa, dell’interno e della sicurezza nazionale.
I sunniti hanno deciso di formare un comitato congiunto insieme ad altri membri del governo per incontrare a livello istituzionale le richieste dei manifestanti e hanno poi disertato il“comitato dei cinque” incaricato di trattare le questioni riguardanti petrolio ed energia.
Il tema del petrolio è il nodo dei rapporti tra il governo centrale e i curdi. Fin dalla caduta del regime di Saddam, i curdi hanno cercato di costituire un’entità indipendente nel paese. L’instabilità del governo centrale ha favorito la nascita di una regione semi-autonoma a maggioranza curda nel nord dell’Iraq, dove sono presenti grandi giacimenti petroliferi. E in barba ai moniti di Bagdad, il Kurdistan iracheno sta ora stipulando accordi in materia di risorse petrolifere con i paesi limitrofi senza l’intercessione del governo centrale.
La Turchia è in prima fila per la costruzione di un oleodotto che permetterà al Kurdistan di inviare fino a 2 milioni di barili al giorno verso il porto turco di Jihan. Il progetto di oleodotto ha inasprito il rapporto tra il governo centrale e i curdi e le relazioni tra l’Iraq e la Turchia, già poco cordiali da quando Ankara ha dato rifugio al vice presidente sunnita Tariq al-Hashimi, sulla cui testa pende un mandato di cattura con l’accusa di terrorismo.
Il petrolio di al-Maliki non fa gola solo alla Turchia. L’Iran, che ha scelto la via degli accordi con il governo centrale, progetta la costruzione di un oleodotto che lo collegherebbe con la Siria passando per il territorio iracheno. La scoperta di nuovi giacimenti petroliferi proprio in territorio sciita, ai confini con l’Iran, potrebbe avvantaggiare il governo centrale nella competizione con Ankara e con il petrolio curdo.
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