8 giugno 2012
Il 6 e il 7 giugno si è tenuto a Pechino il dodicesimo summit annuale dei leader dei paesi appartenenti alla Shanghai Cooperation Organization (SCO). Si tratta di Repubblica Popolare Cinese, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Federazione Russa, Tajikistan, Uzbekistan. Al summit hanno partecipato in qualità di osservatori e/o di ospiti della Cina anche i leader di Afghanistan, Iran, Mongolia e Turkmenistan. Anche l’India è inserita in ambito SCO in qualità di osservatore, mentre Sri Lanka e Bielorussia sono indicati come ‘dialogue partner’ (anche se i quotidiani cinesi non danno notizia di una loro partecipazione al summit).
Il summit di Pechino ha mostrato una tabella di marcia di tutto rispetto: addirittura cento eventi, i più svariati, con grande importanza attribuita ai meeting bilaterali che si sono svolti a margine dell’evento. I più significativi sono stati quelli tra Hu Jintao e Putin, e Hu Jintao e Atambayev (presidente kirghiso). Una tabella di marcia che ha dovuto subire oltretutto delle improvvise modifiche dell’ultima ora a causa del concomitante svolgimento degli esami nazioni di ammissione all’università. Al fine di evitare una eccessiva congestione del traffico, il secondo giorno di lavori è iniziato con una ora e mezza di ritardo.
Scopo principale del summit è stato quello di tracciare lo scenario geopolitico e strategico dei prossimi dieci anni e adottare il Piano Strategico per lo Sviluppo a medio-lungo termine della SCO.
Nata nel 2001, la SCO è partita in sordina, per poi via via vedere aumentare il proprio raggio di attività e la propria importanza nel continente asiatico. Spesso gli osservatori occidentali hanno paventato la possibilità che la SCO evolvesse nel senso di un’alleanza stile NATO. I principali attori dell’Organizzazione, Cina e Russia, non sembrano però avere in mente una soluzione di questo tipo, almeno per ora.
Il trend che è andato in scena a Pechino è quello tradizionale della diplomazia cinese. La leadership del Regno di Mezzo ha mostrato già in passato la propria preferenza all’utilizzo di canali bilaterali, non solo in diplomazia ma anche in ambito delle esercitazioni militari. Anche grazie (e forse soprattutto) alla contemporanea presenza di due attori di grosso calibro come Russia e Cina, l’organizzazione ha sempre trovato grande difficoltà a trasformarsi in una vera e propria alleanza.
La SCO rimane dunque un tavolo multilaterale di confronto tra i membri, senza i vincoli spesso imposti dalle strutture burocratiche di altre organizzazioni (come può essere proprio la NATO). Gli unici organi permanenti dell’Organizzazione, infatti, sono il Segretariato e l’Ufficio anti-terrorismo creato nel 2004. Accanto (ma non all’interno) dell’Organizzazione, i membri della SCO hanno anche dato vita a un Business Council e a una Interbank Association, organizzazioni non governative aventi lo scopo di promuovere progetti di cooperazione finanziaria.
Il tema della sicurezza e della stabilità regionale rimanga il principale pilastro alla base dell’esistenza della SCO. E’ quanto ha lasciato intendere il Presidente cinese Hu Jintao in un’intervista rilasciata ai media dei paesi membri dell’Organizzazione prima dello svolgimento del summit. Secondo Hu, i principali pericoli alla sicurezza regionale derivano dalle “tre diaboliche forze”: terrorismo, separatismo ed estremismo. Vanno poi annoverati nella lista le questioni legate al traffico di droga, alla criminalità organizzata transfrontaliera e agli echi della crisi finanziaria globale.
La ricetta del presidente cinese per fronteggiare questi elementi di instabilità è fatta di pochi ingredienti: gestire gli affari regionali ‘per sé’, stare in guardia rispetto alle ‘turbolenze esterne’ e giocare un ruolo primario nella ricostruzione pacifica dell’Afghanistan. Tutti obiettivi raggiungibili tramite l’intensificazione della comunicazione e del coordinamento fra i membri della SCO riguardo a queste questioni ‘sensibili’.
L’intervista rilasciata dal presidente cinese ha posto ancora una volta l’accento sul tema della sicurezza, che per i cinesi sembra dover essere il principale oggetto dell’attività della SCO. Tutti gli altri temi, a partire dalla ricerca e approvvigionamento di fonti energetiche in Asia centrale, vengono subordinati e sono funzionali rispetto, (sia chiaro, solo nell’ambito della SCO) all’obiettivo primario di Pechino.
In effetti, al momento della nascita dell’organizzazione la Cina aveva ancora aperte svariate questioni di confine aperte con la Russia e i paesi dell’Asia centrale. Proprio da questa regione derivavano, secondo Pechino, i maggiori problemi di sicurezza. Dopo la nascita della SCO tutte le questioni confinarie ancora aperte, eccetto quelle con il Tagikistan, sono state progressivamente risolte.
La SCO ha permesso poi alla Cina di creare una sorta di ‘cordone di sicurezza’ attorno alla regione dello Xinjiang, caratterizzata dalle velleità secessioniste della popolazione uigura. Se precedentemente alla nascita della SCO gli indipendentisti uiguri potevano aspirare ad ottenere il sostegno degli Stan dell’Asia centrale per via dell’affinità etnica, linguistica e religiosa (in nome dell’islam e del panturchismo), ora la semplice presenza dell’Organizzazione ha di fatto posto la parola ‘fine’ a tali velleità.
Ne è derivata una radicalizzazione del movimento secessionista uiguro, alcune frange del quale pare abbiano allacciato contatti con il network terroristico di matrice islamica. Ovviamente Pechino non ha perso tempo a sbandierare l’esistenza di questi collegamenti con lo scopo di legittimare le proprie azioni di ‘counter-terrorism’. In uno scenario di questo tipo, la SCO sembra offrire una sede appropriata per coordinare azioni anti-terroristiche in Asia centrale.
Si può concordare quindi nel ritenere che nell’ottica cinese la principale priorità della SCO sia ancora quella delle sue origini: sicurezza e stabilità regionale. Entrambe necessità da garantire tramite una struttura flessibile. Mutamenti di questa struttura non sembrano essere all’orizzonte. Ciò non preclude però che l’organizzazione possa ampliare le sue attività e i suoi interessi anche in altri settori, quello economico in primis. Pur sempre, però, nell’ottica di garantire sicurezza e stabilità in una regione tradizionalmente turbolenta quale è l’Asia centrale.
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