Tomislav Nikolic Foto di: Wikimedia Commons


5 giugno 2012

Buona la terza. Dalle elezioni presidenziali serbe del 20 maggio è uscito vincitore, a sorpresa, il conservatore nazionalista . A farne le spese, dopo tre tentativi andati a vuoto, è stato il presidente uscente, il riformista europeista Boris Tadic dato come favorito al primo turno.

A dispetto di quella che è stata la sua storia politica, durante la campagna elettorale Nikolic ha indossato l’abito del candidato europeista ricalcando in qualche modo quello che è stato lo slogan – da molti giudicato irrealistico del suo avversario: “sia l’, sia il Kosovo”. Non a caso, la prima dichiarazione da vincitore del leader del SNS (Partito Progressista Serbo) è stata: “La Serbia non si allontanerà dalla strada europea, ma non dimenticherà nemmeno la sua gente in Kosovo”. Il neo presidente ha aggiunto che intende incontrare i rappresentanti dei Paesi che hanno riconosciuto l’indipendenza di Pristina. Nikolic vuole capire le richieste che i supporter della regione contestata rivolgono a Belgrado anche per evitare che essi rappresentino un ostacolo all’ingresso della Serbia nell’UE.

A dispetto dei toni rassicuranti, l’elezione dell’ex SRS (Partito Radicale Serbo) potrebbe rappresentare un rallentamento nel processo di avvicinamento del Paese candidato a Bruxelles rispetto alla decisa marcia seguita dal suo predecessore Tadic. Il primo viaggio di Nikolic dopo l’elezione è stato compiuto in direzione di Mosca. Qui sono stati ribaditi i legami di fratellanza tra i due popoli e Putin ha concesso un credito di 800 milioni di dollari a favore di Belgrado.

In un’intervista rilasciata in questi giorni a Russia Today (la CNN di Mosca), il neo presidente serbo ha voluto chiarire quali saranno i punti fondamentali della sua politica interna ed estera. La priorità è quella di creare benessere per i propri cittadini, portando stabilità economica (guardando al modello tedesco) e combattendo la corruzione. Sul piano internazionale, Nikolic ha voluto escludere con decisione un futuro ingresso della Serbia nella NATO: “la Serbia non entrerà mai nella NATO […] perché la Serbia non ha alcuna motivazione per entrarvi”.

Dichiarando che un eventuale successo della candidatura del suo Paese all’UE dovrà essere sancito da un referendum popolare, il neopresidente ha garantito anche che Belgrado soddisferà quasi tutte le richieste che le verranno imposte. Un’eccezione, però, riguarderà ad esempio le rinunce territoriali. Quest’ultima precisazione costituisce un chiaro riferimento al Kosovo col quale Nikolic si è comunque detto pronto a dialogare.

Stando alle prime affermazioni, quindi, la ‘nuova’ Serbia non guarda all’Europa come ad un tabù – contrariamente a ciò che molti potrebbero essere portati a pensare, ma piuttosto si mostra aperta anche ad altri tipi di proposte, non volendo considerare Bruxelles l’ unica ed esclusiva soluzione per il proprio futuro.

Su quale percorso Belgrado sceglierà negli anni a venire, l’Italia può giocare un ruolo molto importante. A dispetto di altri Paesi membri dell’UE, Roma si è dimostrata uno dei principali sponsor dell’interlocutore balcanico che, dopo il raggiungimento di alcuni accordi nell’ambito del dialogo con Pristina, ha ricevuto a marzo lo status di candidato all’adesione.

I rapporti dell’Italia con i protagonisti dell’area balcanica rappresentano una priorità naturale per la nostra politica estera. Si tratta di connessioni basate su tradizione politica, collocazione geografica e affinità culturali. Quello che accade nelle regioni a ridosso dell’Adriatico ha immediati riflessi sia sulla sicurezza interna che sulle relazioni esterne della Penisola.

Il raggiungimento di un assetto equilibrato nell’area costituisce un elemento strategico di un più ampio disegno di stabilizzazione complessiva del nostro continente. In questo contesto, il rafforzamento della cooperazione regionale è ritenuto prioritario da parte italiana. La ricerca di sicurezza, insieme alla presenza di importanti interessi economici, spiega il forte impulso impresso da Roma verso l’integrazione europea dei Paesi dei Balcani occidentali.

A partire dal 2006, l’interesse nostrano nei confronti della Serbia è costantemente cresciuto sino a fare dell’Italia uno dei principali partner economici di Belgrado, seconda solo a Russia e Germania. I principali istituti assicurativi e di credito italiani sono presenti nel Paese, così come la Fiat che ha recentemente inaugurato lo stabilimento di Kragujevac per la produzione della FIAT 550L (con un investimento pari a circa 1 miliardo di euro). Non solo i grandi gruppi finanziari e industriali del Bel Paese hanno visto nel dirimpettaio balcanico un’opportunità, ma anche 400 piccole e medie imprese (PMI). Queste ultime hanno rafforzato la piattaforma produttiva italiana in Serbia, garantendo impiego a 20.000 persone (indicativamente il 2% della forza lavoro del Paese).

A suggello delle ottime relazioni tra Roma e Belgrado, vi è stata la visita a marzo del premier Mario Monti, la prima di un capo di governo italiano dal 2000. Al seguito del Presidente del Consiglio c’era anche una folta delegazione di ministri tra i quali Corrado Passera. Il capo dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture ha individuato nei settori delle ferrovie, delle infrastrutture e delle imprese le aree principali di collaborazione a livello economico tra i due partner.

Data la forte presenza italiana in Serbia e la rilevanza degli interessi nazionali nella stabilità dell’area, Roma deve giocare un ruolo fondamentale nel definire con gli altri membri dell’Unione una strategia reale per l’allargamento. A fronte dei molteplici sforzi politici compiuti negli ultimi anni da Bruxelles e Belgrado, l’UE deve rappresentare una prospettiva credibile e attraente per i serbi. E’ indubbio che dal canto suo Belgrado è destinata a prendere decisioni e a compiere scelte importanti. La più rilevante riguarderà il Kosovo e potrebbe essere decisiva per il futuro del Paese: da una parte si prospetta l’appartenenza alla famiglia europea, mentre dall’altra è in gioco l’affiliazione a ruolo di satellite di Mosca nei Balcani (conservando così una linea di continuità con il passato).

Durante la presidenza di Tadic era chiara la direzione imboccata dalla Serbia. Ora Bruxelles e i vicini della Repubblica balcanica attendono di conoscere quale rotta intenderà seguire Nikolic.




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