III Marine Expeditionary Force | Foto di MCI Pacific/ Flickr CC


28 maggio 2012

Singapore ha recentemente lanciato il suo nuovo progetto militare, chiamato Command, Control, Communications, Computers and Intelligence (C4I) con l’obiettivo di migliorare lo scambio di know-how e informazioni tra i vari reparti delle forze armate, in modo da creare un network interno funzionale.

Grazie all’istituzione del C4I le varie risorse all’interno del corpo militare confluiranno dentro un unico organismo e avranno così la possibilità di collaborare e lavorare a stretto contatto. Questo risultato rappresenta un deciso passo in avanti verso uno dei principali obiettivi del governo di Singapore, ossia trasformare il proprio esercito in ciò che viene definito come corpo armato di terza generazione.

Il (SAF) è senza ombra di dubbio l’esercito più moderno e meglio attrezzato dell’intero gruppo ASEAN, come evidente dai recenti dati pubblicati dalle agenzie di stampa e dagli organi di ricerca specializzati.

Secondo l’ultimo report del Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Singapore è al quinto posto nella classifica mondiale degli importatori d’armi nel quinquennio 2007-2011, preceduto solamente da Cina, India, Pakistan e Corea del Sud.

Quest’anno il governo di Singapore ha destinato 9.7 miliardi di dollari americani alla difesa, pari a circa il 25% del proprio budget. Tali investimenti son diventati una costante nell’ultimo decennio, causando spesso il malcontento di una parte della società civile, che invece richiedeva maggiori spese nel welfare, nel sociale e nell’istruzione.

Lee Kwan Yew, padre fondatore ed ex Primo Ministro della piccola repubblica asiatica, ha dichiarato recentemente che senza un forte esercito non ci potrà essere né sicurezza economica né  alcun futuro per Singapore. In quest’ottica i recenti progressi del SAF sono il frutto dell’impegno del  governo, che nel corso degli anni ha progressivamente aumentato gli investimenti per rendere le forze aeree sempre più moderne ed efficienti.

Singapore è l’unico Paese della regione ad aver sviluppato un’industria militare d’eccellenza. La ST Engineering, unica azienda del sud-est asiatico ad essere inclusa dal SIPRI nella lista delle migliori 100 industrie militari, ha raggiunto il suo più grande successo nel 2008, quando è riuscita a stringere un accordo con l’esercito inglese per la fornitura di un centinaio di corazzati Bronco.

La crescita militare di Singapore è la più eclatante, ma non è assolutamente un fenomeno isolato nel panorama del sud-est asiatico. Quasi tutti gli Stati della regione hanno infatti aumentato recentemente le proprie spese militari, soprattutto i membri dell’ASEAN.  Solamente nel 2011, la spesa militare degli Stati del sud-est asiatico è stata di 24.5 miliardi di dollari, con un aumento del 13.5% rispetto all’anno precedente. Questa cifra è destinata ad aumentare progressivamente, sino a raggiungere una spesa di 40 miliardi di dollari entro il 2016.

Sebbene non vi siano conflitti interstatali da diversi anni, di certo non si può dire che la regione attraversi una fase particolarmente tranquilla. Senza scomodare la questione del Mar Cinese Meridionale, i rapporti tra alcuni Stati non sono di certo idilliaci.

Singapore basa la propria politica militare sulla deterrenza nei confronti di Malaysia, dalla quale si è affrancata bruscamente nel 1965 e con cui non ha mai normalizzato definitivamente i rapporti, così come nei confronti dell’Indonesia, considerata un costante pericolo per la propria sicurezza. Il suo continuo aumento della spesa militare, in parallelo all’accordo con gli Stati Uniti per l’utilizzo della base navale di Changi, può essere letto quindi in quest’ottica di deterrenza strategica.

A causa della particolare posizione geografica, la città-Stato si è sempre sentita minacciata e in pericolo. Singapore teme prima di tutto il cambiamento degli equilibri geopolitici venutosi a creare nello Stretto di Malacca – vera e propria fonte della prosperità singaporiana – principalmente a causa della continua espansione cinese. E allo stesso tempo non si fida della volubilità strategica dei propri vicini, molto diversi non solo politicamente ma anche dal punto di vista etnico e religioso.

Malaysia e Indonesia, nel frattempo, non son rimaste a guardare. Tra il 2007 e il 2011 il governo malese ha aumentato le proprie importazioni militari del 300% rispetto al precedente lustro, mentre l’Indonesia, nello stesso lasso di tempo, ha aumentato la propria spesa militare del 114%.

Nonostante i rapporti particolarmente tesi tra questi Stati, la prospettiva di un vero e proprio scontro militare è un’ipotesi piuttosto remota. Indonesia, Malaysia e Singapore sono membri dell’ASEAN, che ha un forte ascendente diplomatico su questi Stati nonostante sia falcidiata dalle incoerenze e dalle divisioni interne. L’ASEAN non permetterebbe mai lo scatenarsi di un conflitto militare che, con tutta probabilità, potrebbe decretare la fine dell’associazione stessa.

L’exploit militare della regione può essere analizzato sotto un’ulteriore lente d’ingrandimento, che coinvolge alcuni attori esterni. Il progressivo ‘disengagement’ degli Stati Uniti, causato sia dal ridimensionamento strategico dell’area che da un forte impegno militare dovuto alle guerre mediorientali, ha decisamente allarmato numerosi Stati del sud-est asiatico. A questo aspetto va poi sommata l’imperiosa crescita della marina cinese e il rinnovamento della dottrina marittima di Pechino, cardine della modernizzazione della PLA.

Si può quindi ipotizzare che Singapore e gli altri Stati del sud-est asiatico si stanno armando in maniera così massiccia perché sono consapevoli del fatto che il supporto americano non è più una certezza inossidabile. Nonostante la retorica americana del ‘pivot to Asia’, questi governi hanno preso coscienza del fatto che dovranno essere i primi garanti della propria sicurezza nazionale, e per questo corrono al riarmo.

E’ altrettanto vero, però, che tale crescita militare può essere un campanello d’allarme per la comunità internazionale, che spesso dimentica le problematiche della regione, o quantomeno sembra concentrarsi solo sulle dispute che vedono la Cina protagonista.

Per quanto riguarda Singapore, Il SAF è senza dubbio un esercito tecnologicamente all’avanguardia e ben addestrato, ma questo potrebbe non essere sufficiente nell’ipotesi di un attacco alla città. Il problema è che allo sviluppo tecnologico deve infatti affiancarsi una maturità strategica e dottrinale che permetta alle forze armate di utilizzare al meglio gli strumenti a disposizione. E quest’ultima è per ora assente.

Senza un adeguato equilibrio, la strategia difensiva di Singapore potrebbe tramutarsi in una pianificazione basata solamente sullo sviluppo tecnologico, che non solo aumenterebbe gli oneri economici, ma rischierebbe anche di creare ulteriori incertezze strategiche.

Ciò non significa che Singapore debba rivedere completamente la propria strategia difensiva, ma piuttosto dovrebbe concentrarsi sul bilanciamento delle innovazioni tecnologiche all’interno delle proprie forze armate.

Raggiungere tale equilibrio non sarà  semplice, ma Singapore ha tutte le carte in regola per poterci riuscire e consolidare così il proprio status regionale.