28 maggio 2012
Una fonte diplomatica occidentale riferisce a Reuters che mentre erano in corso i talks di Baghdad del 5+1 AIEA sul programma nucleare iraniano, Teheran avrebbe installato altre 350 centrifughe nei pressi della centrale segreta di Fordow.
Gli americani sperano che, grazie ai negoziati che si terranno nuovamente anche a Mosca, l’Iran accetti di arrestare l’arricchimento dell’uranio fissile al 20%. E’ la soglia limite, oltrepassata la quale il programma nucleare non sarebbe più arrestabile. L’Iran entrerebbe cioè nella ‘zona d’immunità’, secondo la definizione di Ehud Barak.
L’ultimo report AIEA, datato febbraio 2012, riporta che con l’avvio dell’attività nucleare a Fordow la produzione di uranio arricchito è triplicata dalla fine del 2011. Solitamente sono necessarie almeno 174 centrifughe: a Fordow, grazie ad un sistema di interconnessione a cascata, sono di fatto 348 le centrifughe che lavorano con grande efficienza all’arricchimento di un isotopo fissile.
Gli israeliani chiedono la fine di ogni attività nucleare proprio nel sito di Fordow, ubicato 265 piedi sotto la città santa sciita di Qom. Solo dopo lo smantellamento della centrale Barak sarebbe disposto a spegnere i motori degli F-16. Secondo l’intelligence israeliana, solo se l’Iran percepirà il rischio concreto di un attacco aereo accetterà di cessare l’attività nucleare. Tutti gli altri scenari scontentano la leadership israeliana. Le due possibili (e più probabili) soluzioni che si troveranno con i talks di Mosca saranno o un ulteriore prolungamento dei negoziati o il proseguimento dell’attività nucleare a livelli più bassi. Entrambe le opzioni chiudono la finestra d’intervento israeliana e consentono a Teheran di portare avanti il proprio programma nucleare.
Il problema, scrivono sul Washington Post Marc Gerecht – ex specialista di Iran della CIA – e Mark Dubowitz – a capo di una task-force di analisti esperti di Iran –, è che tutti gli approcci sinora sperimentati dai negoziatori occidentali alla questione nucleare iraniana, sanzioni o minaccia di strike aereo, sottovalutano l’importanza per Teheran di ascendere al ruolo di potenza atomica nella regione.
Nelle scorse settimane, il movimento di opposizione al regime iraniano del MeK (Mojahedin-e Khalq) ha reso note una serie di informazioni sensibili sul reale scopo del programma nucleare iraniano. Il report, comparso sul quotidiano tedesco Die Welt, è stato diffuso da Emanuele Ottolenghi, esperto di Iran e membro della Foundation for Defense of Democracies. Il programma nucleare di Teheran, noto con l’acronimo farsi SPND, conta sessanta direttorati e undici istituzioni che lavorano in affiliazione al programma.
Il quartier generale si trova a Mojdeh, una facilitie militare vicino a Teheran, mentre in un palazzo privo di insegne nel centro di Teheran si trova il centro di ricerca sulle tecnologie esplosive, noto con l’acronimo persiano METFAZ.
Il programma nucleare può contare su sette divisioni, ognuna delle quali lavora in un campo specifico, in vista di un obiettivo comune: assemblare la Bomba. La prima divisione è quella chiave, lavora cioè all’arricchimento dell’uranio. La seconda divisione opera, tramite i suoi uffici, al reperimento (su mercati ufficiali o sottobanco) del materiale necessario allo sviluppo del programma. Alla terza divisione compete la produzione del materiale che Teheran non è in grado di produrre autonomamente. La quarta divisione produce il materiale esplosivo impiegato nelle detonazioni nucleari. La quinta divisione conduce esperimenti in laboratori segreti sul materiale chimico. Alla sesta e la settima divisione competono rispettivamente i calcoli elettronici e le attività laser.
Gli ingegneri, i matematici e i semplici impiegati di queste sette divisioni sono gli uomini nel mirino del piano di omicidi mirati che il Mossad conduce segretamente dall’inizio dell’attività nucleare iraniana. Il piano è noto a Gerusalemme come ‘operazione Manana’.
Il responsabile del programma nucleare, che opera sotto la diretta supervisione del leader supremo Ali Khamenei, è Mohsen Fakhrizadeh-Mahabadi, sotto la cui giurisdizione rientra anche il sito chiave di Fordow. Le informazioni rese note dal MeK, che in passato è stato sospettato di lavorare a stretto contatto con la CIA e il Mossad (fu il MeK ha rivelare nel 2002 l’esistenza del sito di Natanz dove l’Iran aveva avviato l’attività nucleare), smentiscono definitivamente la presunta finalità non militare del nucleare di Teheran e confermano i sospetti che le dichiarazioni di contrarietà all’atomica dell’Ayatollah Khamenei non fossero altro che un trucco.
Il report, secondo le dichiarazioni dello stesso Emanuele Ottolenghi al Jerusalem Post, è un “game changer” nel triangolo delle percezioni occidentali del programma nucleare iraniano. Gli israeliani sospettano che la CIA, grazie ai legami col MeK, conoscesse da tempo il peso reale della minaccia atomica iraniana e coprisse volutamente la notizia per perseguire la strada dei negoziati.
Gerusalemme per questo muove le proprie pedine. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annullato le elezioni chieste per settembre e, con l’ingresso nel governo del leader di Kadima Shaul Mofaz, rinforza il sostegno all’esecutivo nella Knesset in vista di possibili decisioni esiziali per la sorte del piccolo Stato ebraico. Mofaz, nato a Teheran, ex capo di Stato Maggiore, da membro delle forze speciali ha preso parte alla missione Entebbe nella quale perse la vita il fratello del Primo Ministro. Farà parte anche lui del celebre ‘ottetto’ (il gabinetto di guerra da cui dipendono le decisioni chiave). Con il suo ingresso sono tre gli ex capi di Stato maggiore alla guida dello Stato israeliano (gli altri sono Ehud Barak, ministro della Difesa e Moshe Ya’alon, vice-primo ministro).
Grazie all’ingresso di Mofaz nell’ottetto, il potere di deterrenza di Israele aumenta considerevolmente. Quando Ahmadinejad negò la Shoà e minacciò di far scomparire Israele dalle mappe geografiche, Mofaz dichiarò al Guardian “scomparirà prima lui”. Secondo Mofaz le sanzioni delle Nazioni Unite e i dialoghi dell’AIEA sono inefficaci.
Washington persegue ufficialmente la strada dei negoziati, più per frenare Israele che Teheran. Non tutti però nella compagine di Obama condividono la politica della pazienza. Il Generale James Mattis, successore di Petraues a capo del CentCom (divisione da cui dipende la responsabilità strategica di tutto il teatro mediorientale), ha ben chiaro quali siano i problemi dell’area “Vi sono tre grandi criticità in Medio Oriente: l’Iran, l’Iran e infine l’Iran”.
Secondo fonti diplomatiche americane e israeliane, scrive l’esperto di intelligence Eli Lake sul Daily Beast, Mattis incontra regolarmente il Generale Gadi Shamni, attachè militare all’ambasciata israeliana a Washington.
Mattis, che nei corridoi del Pentagono è noto col soprannome di “Generale Chaos”, ha chiesto ad Obama di inviare tre portaerei Usa nel Golfo Persico. Il generale è preoccupato che con il focus sul Pacifico, previsto dalla Strategic Defense Guidance americana del 2012, l’esercito Usa possa trovarsi impreparato qualora Israele decida per l’intervento unilaterale. La mossa di Mattis mette Obama di fronte alla propria responsabilità e non è priva di possibili ripercussioni politiche (come la rimozione dello stesso Mattis dal suo incarico, un vero e proprio terremoto al momento non in vista).
Mattis è preoccupato che col ritiro americano da Baghdad e il mancato accordo col governo di Al Maliki sul mantenimento di avamposti terrestri per l’intelligence americana, Washington si trovi senza basi operative in vista di una possibile escalation militare nell’area. Per questo chiede l’invio di nuove portaerei.
Lo scorso marzo John McCain, nel corso di un’audizione al Congresso, ha chiesto a Mattis se le sanzioni americane stessero funzionando nel dissuadere Teheran dal proseguire il piano nucleare. La risposta serafica di Mattis è stata chiara “No sir”. Ai tempi della guerra irachena, i marines impegnati ad espugnare la roccaforte di Falluja chiamavano il Generale “mad dog Mattis”.
In ambiente militare il cane pazzo è colui che dice la verità anche quando sa che non potrà influire più di tanto, una sorta di Re Lear shakespeariano. Per i soldati Mattis è “uno di loro”, uno che parla senza trincerarsi dietro il gergo da Congresso di Washington. Il Commander-in-chief Obama invece da che parte sta?
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