23 maggio 2012
La guerra civile in Siria sta facendo le fortune di numerosi Paesi e di un gran numero di trafficanti di armi al mercato nero. A Damasco, produttori e commercianti di materiale bellico hanno trovato un hub decisamente proficuo. Molti dei governi impegnati sul piano diplomatico a trovare soluzioni per porre fine alle violenze stanno in realtà concludendo affari lucrosi con almeno una delle due parti in gioco.
Paesi pro Assad e amici dei ribelli non si differenziano molto negli atteggiamenti adottati. Ognuno cerca di accaparrarsi un pezzetto del pasticcio siriano.
L’Unione Europea attualmente è l’unico attore internazionale ad avere approvato un embargo sul commercio di armi nella regione. Alle Nazioni Unite la proposta di limitare il flusso di armamenti verso la Siria si è scontrata contro il doppio veto russo-cinese. Gli Stati Uniti, che attraverso le parole del segretario di Stato Hillary Clinton hanno in più occasioni avanzato richieste per fare approvare un embargo sulla vendita di armi nell’area, continuano a fornire ai ribelli armamenti e aiuti economici (da spendere per l’acquisto di materiale bellico).
A Washington si sono giustificati sostenendo d’aver “incrementato solamente la loro nonlethal assistance all’opposizione siriana”. Stessa scusa usata anche dal vice ministro agli Affari Esteri Gennady Gatilov, che in una recente intervista ha sostenuto che “il suo Paese non sta fornendo offensive weapons ad Assad, ma solamente missili difensivi”.
Chi invece non cerca di celarsi dietro improbabili vessilli di pace è l’Iran degli Ayatollah. Secondo quanto sostiene un report delle Nazioni Unite, Teheran nell’ultimo anno avrebbe contravvenuto all’embargo sulle esportazioni di armi inviando grosse quantità di materiale bellico per sostenere l’alleato siriano. Sempre secondo un’indagine delle NU, alcuni carichi contenenti materiale bellico sarebbe stati spediti da Pyongyang verso Damasco. Parte del trasporto però è stato intercettato dalle autorità francesi prima di giungere a destinazione.
Ad incrementare l’arsenale dei ribelli c’hanno pensato invece i Paesi del Golfo, Arabia Saudita e Qatar in primis: oltre a fornire ingenti quantità di denaro, Riyad e Doha stanno facendo arrivare equipaggiamenti all’Esercito Libero Siriano tramite la frontiera giordana. Ankara partecipa al banchetto insieme agli altri, ospitando il quartier generale del Consiglio Nazionale Siriano e provvedendo all’addestramento degli insorti.
Di recente, inoltre, una delegazione di membri del Consiglio Nazionale Siriano ha fatto tappa a Pristina per ricevere aiuti logistici dal governo kosovaro. Sembra che ai ribelli siriani siano state date in concessione le basi di addestramento usate dall’UCK (Esercito di Liberazione del Kosovo) durante la guerra contro la Serbia. Tramite il suo ambasciatore a New York, Mosca ha già provveduto a denunciare alle Nazioni Unite i contatti tra Pristina e la delegazione del CNS, sostenendo che un’iniziativa di questo tipo avrebbe compromesso ulteriormente gli sforzi di mediazione di Kofi Annan e della Lega Araba.
Il ministro degli Esteri albanese-kosovaro Enver Hoxhaj ha puntualmente smentito ogni coinvolgimento del suo Paese nella faccenda, contraddicendo però le parole del capo della delegazione siriana che aveva dichiarato di essersi recato in Kosovo per “imparare dall’operato del gruppo militare albanese” ed esprimendo il suo apprezzamento per come i combattenti dell’UCK erano riusciti a portare avanti la guerra di liberazione.
Chi da un lato invoca a gran voce il cessate il fuoco, dall’altro fa di tutto per provocare un’escalation della violenza. Sembra difficile pensare come certi Paesi possano pensare ad una tregua temporanea quando poi forniscono ai due contendenti tutto il materiale necessario per continuare le ostilità.
La situazione sul campo ha raggiunto un livello di impasse. L’esercito di Bashar al-Assad non è in grado di controllare tutto il territorio con i mezzi a sua disposizione. Le forze dei ribelli continuano ad essere troppo deboli e divise per venire a capo delle armate fedeli al regime. Le azioni del Consiglio di Sicurezza sono bloccate a causa del veto russo e la NATO non può permettersi di compiere operazioni senza ottenere il consenso dell’ONU, vista la situazione di debolezza sul piano internazionale in cui versano i suoi membri più importanti.
La Turchia in realtà avrebbe minacciato nelle scorse settimane di ricorrere all’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica che prevede un intervento collettivo degli Stati parte a difesa di un membro attaccato. Per ora però le incursioni fuori confine dei governativi siriani non sono state ritenute abbastanza rilevanti da fungere da casus belli.
La missione degli osservatori ONU ha già perso le poche speranze (se mai ce ne fossero state) di riuscire ad ottenere qualcosa di serio dalle due parti in guerra.
Anche se la situazione in Siria non si è stabilizzata e le sorti di Damasco non sembrano più poter interferire in maniera sostanziale sui futuri equilibri internazionali. Al massimo c’è il rischio che il conflitto si estenda al vicino Libano (a Tripoli e Beirut in questi giorni sono già scoppiati alcuni scontri), ma anche questo non dovrebbe creare troppi problemi per le grandi potenze. La questione del futuro della Siria non è stata inserita neppure nel programma del summit NATO che si tiene in questi giorni a Chicago.
Ad oggi gli unici realmente interessati a porre fine alle ostilità sembrano essere solamente i siriani, insieme forse a qualche accanito sostenitore dei diritti umani. Gli altri Stati sono troppo affaccendati a trarre ognuno i propri guadagni economici dalla situazione.
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