Alessandro Del Piero | di: tsevis / Flickr CC


21 maggio 2012

Il congedo del campione è la lacrima che riga il viso di un’intera generazione.

Sembra di riascoltare le soavi note di Guccini, degno tributo all’iconoclasta per antonomasia. Strana coincidenza di date: in un giorno d’ottobre, in terra boliviana, “era tradito e perso” Ernesto Che Guevara. Parimenti in un giorno di ottobre, era tradito e perso Alex Del Piero, da quella stessa famiglia Agnelli che ebbe modo di consacrarlo sul proscenio nazionale e internazionale. Non mancavano “i giovanili ciarpami e i giorni persi in pigrizia” e forse non saranno “gli anni fatati di miti cantati e contestazioni” ma, sullo sfondo, si stagliano le rivendicazioni di una generazione indignata, pur sempre scevra di illusioni per innescare la rivoluzione.

In fondo però, la rivoluzione risiede anche nella normalità e nella tranquillità di un ragazzo sempre ligio alla sua più grande passione. Definirlo una bandiera ammainata è un eufemismo che non rende giustizia alle innumerevoli emozioni regalateci.

Non è il trasformismo di Crispi e De Pretis. Non è politica fatta di “sangue e merda” come inveiva Rino Formica. Non è il glamour della Milano da Bere griffata da socialisti di nomea che governavano l’Italia svegliandosi alle undici. Non è la rivoluzione liberale promessa con il tocco soft della calza sulla telecamera per rendere più cool la vendita di un sogno illusorio.

E’ il pugno alzato di Berlinguer, il braccio teso di Almirante. La lingua di Del Piero è la più genuina espressione del celebre aforisma di Ezra Pound: “Talvolta le idee hanno sfumature cromatiche che trascendono il mero ricorso alla parola”. Alex è bianco e nero come una trasmissione televisiva degli esordi. Le sue giocate sono il carosello che ha accompagnato i sogni dei baby boomers.

Alex è un tuffo nel passato, è nostalgia, è arte, bellezza allo stato grezzo. Ha accompagnato la nostra generazione a suon di dribbling e reti. E’ caduto, è stato bistrattato da mezza Italia, pronta a crocifiggerlo dopo una finale Europea persa contro la Francia nel 2000. Ma il tempo è galantuomo e nella patria di coloro che vanno in guerra come se fosse una partita di pallone e viceversa – Churchill dixit – il buon Alex ha saputo aspettare la sua rivalsa senza per questo covare alcun revanscismo di sorta.

In un’Italia manichea per vocazione e indole, Alex è l’antitesi esatta dei mercenari disposti a tutto pur di sgraffignare qualche ricco contratto. Del Piero è il JFK del pallone, un idealista senza illusioni. È l’Iliade riscritta da Baricco, senza dei di sorta, perché di divino c’è già un piede destro che basta e avanza nell’emozionare con un aleatorio tocco a spedir palla all’incrocio. E’ l’eccezione che conferma la regola machiavellica: un principe amato e mai temuto. È come Batistuta, capostipite e al tempo stesso epigono più sincero di quel dono fatto ai suoi ex tifosi: un gol contro i vecchi colori ed una lacrima a suggellarlo.

Il Capitano è come l’Aureliano Buendia di Marquez: magari, da quella cittadina veneta, un piccolo Del Piero saprà emulare degnamente le gesta del padre. Nel mentre, tutti gli appassionati di calcio si consoleranno nella solitudine, sperando non duri cent’anni.




COMMENTI
Marco

Un addio amaro ed uno sciroppo di vecchi ricordi per rimembrare il tempo che fu.
Ma per un’odiato gobbo che ci abbandona, un altro che, forse, si risveglia.
Un solo dubbio da tifoso ora: “dove andranno i nostri nemici?”

Ah coso…nè estroverso nè simpatico, occhio!!

RINO

Premesso che i panni sporchi ce li laviamo in casa, capisco che ti possa rodere dopo la manita questo ennesimo sberleffo. In compenso ho citato Batistuta per la par condicio e per affetto, ancor prima del rispetto coso!! p.s. tranquillo..no pasa nada!