L’equilibrismo | L'Iran Sfida il Suo Isolamento | Illustrazione di Elena Lombardi


2 maggio 2012

Non è un problema della Repubblica Islamica. In fin dei conti, era isolato anche l’Iran di Mohammad Reza Pahlevi, l’ultimo travolto dalla rivoluzione nel 1979. E prima di lui i monarchi cagiari, e quelli ancora prima, praticamente sino a Ciro il Grande. L’Iran, in sostanza, è sempre stato isolato e marginalizzato, pagando lo scotto della sua unicità culturale, storica e spirituale.

La sollevazione e la successiva instaurazione della Repubblica Islamica dell’Iran, hanno semplicemente incrementato i termini di un isolamento già in atto da secoli. E che nel corso del tempo ha plasmato la particolare attitudine politica dell’Iran.

Percepito generalmente come un attore irrazionale e aggressivo, il Paese presenta al contrario un sistema sociale e politico estremamente complesso ed eterogeneo, trincerato da secoli nella disperata difesa della sua identità e ossessionato paradossalmente dal timore – tutt’altro che  ingiustificato – dell’ostilità spesso aggressiva dei suoi vicini regionali. L’esperienza delle relazioni con il sistema internazionale, dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi, a torto o a ragione ha insegnato all’Iran a non fidarsi troppo dei Stati occidentali, ma anche della Russia, e soprattutto degli attori regionali.

Gli otto anni di guerra con l’Iraq, costati oltre un milione di morti e la distruzione del potenziale economico nazionale, hanno lasciato una ferita profonda nel Paese, accentuata dall’evolvere delle crisi in Iraq e in Afghanistan successive ai fatti dell’11 settembre del 2001. L’Iran ha vissuto la guerra come un’atroce imposizione esterna, essenzialmente motivata dal rifiuto di riconoscere a Teheran la possibilità di autodeterminarsi, scegliendo come propria forma di governo una teocrazia.

La gran parte dei Paesi occidentali ha invece visto nella rivoluzione, e nella fine del sistema imperiale dello Scià, l’epilogo delle proprie capacità d’influenza sulla Repubblica Islamica, rifiutando sistematicamente una linea di dialogo sincera. Lo scontro con l’Iraq, l’embargo e le pressioni politiche costanti per limitare le ambizioni regionali dell’Iran sono state quindi percepite da Teheran come la continuazione dell’approccio ostile, regionale ed europeo, nei confronti del Paese.

L’Iran, in sintesi, ritiene la propria sicurezza e la propria integrità territoriale costantemente minacciate da un insieme di interessi essenzialmente avversi, finalizzati al perseguimento di una politica marcatamente anti-iraniana. Sostenuta, quest’ultima, sia dal consesso regionale arabo che da numerosi attori europei, tra i quali inglesi e francesi risultano i più ostili.

Paradossalmente, nonostante la pluritrentennale mancanza di relazioni diplomatiche dirette, gli Stati Uniti rappresentano per l’Iran l’unico interlocutore con cui condividere le logiche della strategia regionale, finalizzate soprattutto al contenimento del ruolo dell’Arabia Saudita, della Russia, della Cina e della sempre ambigua Europa. Una relazione complessa, tuttavia, quella con Washington, ufficialmente sospesa con l’occupazione dell’ambasciata americana a Teheran dopo la rivoluzione, ma in realtà mai interrotta e gestita su binari paralleli – e spesso critici – per oltre trent’anni.

L’Iran e gli Stati Uniti condividono una pluralità di interessi geopolitici di grande ampiezza, così come in larga misura coincide per i due Paesi la sfera degli obiettivi potenzialmente o apertamente ostili. In tal modo si viene a delineare una cerchia ben determinata di attori locali e internazionali di fatto estremamente distanti dalla visione complessiva dei due players nella regione. È quindi difficile comprendere come mai, ad oltre tre decenni dalla rivoluzione, non sia stato possibile ottenere quel rapprochement che entrambi i Paesi effettivamente desiderano, sebbene con malcelato timore.

Le cause di tale ritrosia sono molteplici, ma essenzialmente rintracciabili in tre differenti ambiti.

La prima difficoltà risiede nella titubanza dell’elite politica iraniana della prima generazione post-rivoluzionaria. Non sono in pochi, infatti, a ritenere che ogni apertura agli Stati Uniti possa rappresentare una minaccia esistenziale al modello ideologico della Repubblica Islamica. La rifiutano quindi per principio, ancorché ritengano il dialogo con Washington una priorità strategica fondamentale per la sicurezza nazionale.

Un secondo gap può essere individuato nella costante avversione di alcune componenti influenti del sistema di governo americano a concedere all’Iran una posizione onorevole nel negoziato politico. Si continua, di fatto, a rifiutare a Teheran il riconoscimento di un ruolo regionale precipuo imponendole, al contrario, un aut aut complessivo sul suo orientamento strategico. Il risultato è quello di innescare un meccanismo di protezione da parte iraniana che obbliga Teheran su posizioni radicali.

La terza e ultima complicazione – non certo meno importante delle altre – è rappresentata dall’interesse di molti interlocutori regionali ed europei ad esasperare costantemente il dialogo politico con l’Iran, incrementando i timori reciproci di Washington e di Teheran, e mantenendo i due attori sempre rigorosamente sulla difensiva.

Un complesso di elementi, quindi, sistematicamente orientato ad impedire l’opportunità di una normalizzazione delle relazioni con la Repubblica Islamica, il tutto a vantaggio di pochi e intriso di miopia. L’occhio internazionale – ed americano – continua a non voler vedere e comprendere l’apporto che l’Iran potrebbe garantire alla stabilizzazione della regione.

Mappa: Alberto Imbrosciano
Illustrazione: Elena Lombardi - http://www.lombardielena.com/



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