27 aprile 2012
La politica estera dell’India riflette una tradizionale logica di non-allineamento ereditata dalla Conferenza di Bandung (1955) che ancora oggi influenza non poco l’azione di molti Stati. Avere un atteggiamento “non allineato” si traduce nel perseguimento dei propri interessi nazionali anche qualora questi collidano con quelli di una potenza più influente. Sul grande scacchiere globale, però, è sempre opportuno valutare come condurre le relazioni estere quando le condizioni geopolitiche paventano una crisi imminente. E la crescente pressione sull’Iran, con tutte le implicazioni sugli equilibri regionali e sul sistema di alleanze fuori dal Golfo, sembra non promettere nulla di buono.
L’India, potenza economica emergente del XXI secolo con un tasso di crescita del PIL dell’8,3%, inizia a far sentire il suo peso politico nell’intricato sistema internazionale contemporaneo. Nuova Delhi può anche contare sull’attuale – e non più trascurabile – ruolo del “cartello BRICS” .
Un segno tangibile della forte autostima acquisita dalla “più grande democrazia del mondo” è rintracciabile nel rifiuto opposto alle sanzioni che gli Stati Uniti hanno adottato contro il regime iraniano. Ufficialmente l’India rimane l’unico Paese al mondo ad aver aumentato di recente gli acquisti petroliferi dall’Iran, superando addirittura la Cina, storico partner commerciale di Teheran.
Arvind Mehta, segretario del ministero del Commercio e dell’Industria indiano, ha recentemente dichiarato che il valore delle transazioni con il regime degli Ayatollah aumenterà fino a toccare i 25 miliardi di dollari. Attualmente Teheran vende petrolio a Nuova Delhi per circa 13 miliardi di dollari l’anno in cambio di beni di consumo. Una rilevante rete di scambi commerciali che potrebbe addirittura trarre giovamento dalle sanzioni USA che promettono di avere ricadute devastanti sulla concorrenza nel settore.
All’America non piace nemmeno l’accordo raggiunto da Iran e India sul pagamento del petrolio venduto in oro fisico e non più in dollari. Considerando la decisione analoga presa da Cina, Giappone e Russia di scambiare una grossa fetta delle proprie merci in valuta locale, Washington teme effetti catastrofici sulla propria moneta in un momento così delicato per il mercato interno americano.
Sembrerebbe che il governo indiano voglia seguire una linea nettamente favorevole al regime di Ahmadinejad; ma ciò non è del tutto vero. Un ruolo significativo in questo gioco di equilibri lo rivestono infatti anche le relazioni con lo Stato di Israele. La partnership con Gerusalemme impone alla potenza asiatica delle scelte non facili, sulle quali ricade anche il peso dell’attentato avvenuto a Nuova Delhi lo scorso 13 febbraio a danno di diplomatici israeliani, che ha provocato un mandato d’arresto per tre cittadini iraniani, Housan Afshar, Syed Ali Mehdi Sadr e Mohammed Reza Abolghasem.
Le relazioni di Nuova Delhi con Israele sono iniziate formalmente nel 1992 e si fondano su una serie di interessi comuni strategico-militari. Il terrorismo, essenzialmente, è alla base dei rapporti tra i due Stati, entrambi determinati a combattere (insieme agli USA) il pericolo del fondamentalismo islamico.
Il governo indiano non sottovaluta il fatto che un Iran nucleare possa diventare una minaccia potenziale. Come scrive il Japan Times, con una Teheran dotata dell’atomica si produrrebbero incertezze e complessità nel “security environment” indiano già turbato dal vicino Pakistan nucleare. Islamabad non ha mai visto di buon occhio l’avvicinamento americano a Nuova Delhi. Molti analisti individuano l’esigenza di bloccare la crescita di gruppi filo-indiani nel nord dell’Afghanistan come la ragione per la quale Islamabad, nei primi anni ’90, ha sostenuto apertamente o per vie traverse i taliban. Cosi come è di chiara connotazione anti-indiana l’avanzamento del piano nucleare pachistano. Un programma abilmente sviluppato negli ultimi anni e sfuggito al controllo di Washington.
Nei fattori da calcolare non può essere nemmeno trascurato l’elevato numero di musulmani presenti in territorio indiano (si aggira intorno ai 150 milioni), né l’influenza che la rivalità tra sciiti e sunniti esercita sulle scelte politiche interne (ed esterne). La percentuale di indiani sciiti è passata dal 10 al 15%. Si tratta di un dato non trascurabile, considerato che l’espansione di questa branca dell’Islam potrebbe portare, in un futuro anche vicino, ad un ulteriore slittamento verso Teheran che deteriorerebbe gli attuali – e già non più stabili – rapporti con l’Occidente.
Il multiforme aspetto della crisi mediorientale arriva quindi a coinvolgere anche l’India, uno Stato fino a pochi anni fa estraneo a certe questioni. L’ormai consolidato dialogo strategico con gli Stati Uniti non può certamente essere messo in discussione. Uno dei punti principali di questa partnership, rafforzata il 19 luglio 2011 da Hillary Clinton e Shri S.M. Krishna (ministro degli Affari esteri indiano), si fonda proprio sulla lotta al terrorismo e sulla cooperazione in campo nucleare. È dunque naturale che certe scelte deludano l’amministrazione americana, restia a sanzionare uno Stato amico, ma costretta a mantenere una linea autorevole d’azione.
Intanto il 13 aprile il negoziato tra Iran e i 5 + 1 (membri permanenti Consiglio di Sicurezza ONU più la Germania) ha avuto luogo in un clima apparentemente amichevole e proseguirà il 23 maggio prossimo a Baghdad. Qui si dovrà necessariamente concludere un accordo che possa accontentare tutte le parti. Nella speranza che ciò accada, il dilemma di Nuova Delhi (Washington o Teheran?) potrebbe trovare una risoluzione automatica.
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