23 aprile 2012
Leggi la prima parte: Cile: la mano canadese spunta dietro il progetto Hidroaysèn
Nella prima parte di questo articolo sono stati messi in luce i grandi interessi dell’industria mineraria canadese dietro la costruzione delle centrali idroelettriche in Patagonia. Come visto, lo studio del Council of Canadians evidenzia anche il grande giro di affari dietro al progetto Hidroaysèn nel quale la fanno da padrone colossi energetici come Endesa e Colbùn. A fronte importanti investimenti si è visto come il consorzio dovrebbe ottenere enormi profitti dal quasi monopolio energetico detenuto.
La disamina del sistema energetico cileno ha messo in luce non solo la grande fame di energia di Santiago del Cile, ma anche i non trascurabili effetti ambientali ed economici conseguenti alla costruzione delle dighe e degli elettrodotti.
Volgendo lo sguardo al passato, la prima regolamentazione in materia ambientale in Cile nacque sotto la guida della Concertaciòn, primo governo democratico del dopo Pinochet. Così nel 1994 furono istituite la Comisiòn Nacional del Medio Ambiente (CONAMA) e il Sistema Evaluaciòn Impacto Ambiental (SEIA) entrato in vigore nel ’97. Questi istituti, con modifiche più o meno importanti, hanno costituito la base per la materia fino al 2010.
I nodi però sono venuti subito al pettine. La CONAMA non aveva uno status ministeriale ed era dotata di un budget esiguo per svolgere le proprie funzioni. E’ stata così ridotta nel corso del tempo a un ruolo di coordinamento tra enti pubblici, senza il potere di stabilire e far rispettare le norme in materia ambientale. Di contro la SEIA, anche se fondata apparentemente su criteri di valutazione tecnica, è stata spesso adattata alle convenienze politiche del momento.
Quando è salito al potere nel marzo del 2010, il governo Piñera ha trovato quindi il terreno già spianato per continuare ad “aprire” l’economia cilena ai capitali stranieri, prendendo solo dei provvedimenti di facciata in campo ambientale ed energetico.
In questa direzione va interpretata l’istituzione nel 2010 dell’Agencia de Eficencia Energetica (AEE) – ente preposto ad orientare il Congreso nelle scelte in materia ambientale – e la riproposizione di precedenti riforme del governo Bachelet, come l’aumento delle risorse ministeriali e una serie di incentivi per investire in fonti rinnovabili (eolico, geotermico e solare).
Nei fatti è stata trascurata una vera politica di tutela ambientale e difesa del territorio ed è stato lasciato ampio margine decisionale al Presidente e ai Ministri. Non a caso il Cile è da tempo sotto osservazione della comunità internazionale per il cattivo uso delle sue fonti energetiche, che ne fanno uno dei maggiori produttori di gas serra in America Latina.
Al disappunto internazionale ha fatto eco quello interno. Una grande fetta di opinione pubblica, circa il 74%, è contraria alla realizzazione di Hidroaysèn. Numerose manifestazioni si sono susseguite in Cile dal 2010, capeggiate dai movimenti ambientalisti, il più importante dei quali è Patagonia sin Represas (Patagonia senza dighe).
Violente sono state in alcuni casi le reazioni delle comunità locali contro progetti minerari canadesi avviati un po’ in tutta l’America Latina. Su questo fronte, il 2010 è stato un anno particolarmente caldo: cinque sono state le morti risultato degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine avvenuti in Guatemala, Messico ed El Salvador.
Proprio durante il tour latinoamericano del 2007, il presidente canadese Harper visitò la sede cilena della Barrick Gold. In quell’occasione ci furono grandi proteste contro la società, coinvolta anche nell’importante progetto minerario di Pascua Lama. Il primo ministro canadese affermò all’epoca che la multinazionale dell’oro stava rispettando la legislazione canadese in materia di responsabilità societaria e che era compito di Cile e Argentina verificare il rispetto delle norme ambientali nazionali.
Il 9 maggio del 2011 la Comisiòn Regional de Evaluaciòn Ambiental ha approvato la Evaluaciòn de Impacto Ambiental (VIA). Un grande successo per i sostenitori di Hidroaysèn che consente loro di rivendicare la bontà dell’opera e il rispetto delle legislazione locale.
La Hidroaysèn sostiene dal principio che il progetto non inciderà più di tanto sull’ecosistema patagonico e sulle comunità locali. L’obiettivo dichiarato è quello di portare più energia nelle case dei cileni e non rifornire esclusivamente l’industria mineraria.
La VIA prevede un piano di ricollocazione che riguarderà 31 famiglie, delle quali solo 14 saranno effettivamente espropriate delle loro terre, mentre altre 15 potranno tornare a vivere nelle loro proprietà e 2 saranno solo temporaneamente trasferite.
Le infrastrutture saranno quindi ecosostenibili. A conferma di questo dato i progettisti sottolineano che la VIA contiene anche diverse misure per ridurre l’impatto, riparare gli eventuali danni e dare risarcimenti idonei agli abitanti patagonici. Infine la linea di trasmissione elettrica dovrebbe essere di lunghezza modesta e poco incisiva sul territorio, visto che sarà costituita in parte da tralicci e in parte da elettrodotti sottomarini.
Nonostante ciò, restano molti dubbi sulla regolarità del procedimento di VIA, secondo alcuni viziato da carenze e oggetto di compromessi politici tra il governo cileno e quello canadese.
Ad esempio, in un accordo di libero scambio siglato tra Canada e Cile nel ’96 era stata istituita una commissione ad hoc per ricevere le denunce di cittadini che riscontrassero violazioni di leggi ambientali da parte dei due Paesi. La commissione ha trattato solo cinque casi, uno dei quali presentato nel 2008 da movimenti anti-Hidroaysèn, che si sono però conclusi con un nulla di fatto.
Intanto il progetto, che deve ancora ricevere l’approvazione ufficiale da parte del governo, ha ricevuto ad aprile il disco verde dalla Corte Suprema che ha rigettato un ricorso presentato da gruppi ambientalisti. La decisione è stata preceduta da un’altra pronuncia favorevole dettata lo scorso ottobre da un tribunale minore. Il particolare che ha gettato nuova benzina sul fuoco consiste nel conflitto d’interessi di uno dei magistrati della commissione giudicante che è anche azionista di Endesa. Il magistrato se l’è cavata sostenendo che la sua partecipazione azionaria non è ricompresa nei casi di ricusazione dei giudici previsti dalla legislazione cilena.
Una situazione preoccupante riscontrata anche dall’Observatorio de Derechos Humanos de la Universidad Diego Portales: “L’approvazione della VIA è stata preceduta da diverse accuse di anomalie procedimentali e una notevole pressione dell’esecutivo a sostegno del progetto. Questo dà prova dei molteplici limiti che le istituzioni cilene dimostrano quando si tratta di garantire i diritti fondamentali dei cittadini, tutelare l’ambiente e garantire una democrazia robusta, supportata da un sistema trasparente e partecipativo”.
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