17 aprile 2012
In una fredda mattina d’inizio aprile i cieli color cobalto della cittadina di Fort Yukon, tredici chilometri dal Circo Polare Artico, si sono di colpo oscurati. Le case color legno della cittadina dell’Alaska hanno iniziato a tremare, i vecchi pick-up si sono fermati. Uno stormo di caccia da combattimento dell’US Air Force iniziava a fare capolino, minaccioso, all’orizzonte. Caccia da combattimento multiruolo F-16 Fighting Falcon, bombardieri “strategici” Rockwell B-1 e numerosi F-22 Raptor, il caccia per la supremazia aerea che l’America custodisce gelosamente, di lì a poco avrebbero scatenato un vero e proprio inferno.
Obiettivi colpiti con precisione millimetrica da missili AMRAAM e Sidewinder lanciati dagli F-22 che volavano a 50.000 piedi sopra l’inatteso teatro di battaglia, mentre i più agili F-16 aiutavano il collasso del sistema “nemico” grazie a 150 tonnellate di esplosivo trasportato in 10 ore di volo dalle basi del Sud Dakota. I missili Joint Air to Surface Standoff Missile (JASSM) prodotti dalla Lockheed Martin distruggevano in sequenza obiettivi terrestri. Aerei e forze terrestri giacevano inermi tra rovine infiammate dopo pochi minuti.
Il devastante attacco aereo ha coinvolto aeri da guerra veri e bersagli finti disposti a terra nell’ambito di una simulazione di scenario svolta dal Comando Interforze Joint Pacific Alaska Range Complex. Il test ha visto l’utilizzo, per la prima volta, di caccia a lunga percorrenza equipaggiati con armamenti di nuova generazione assieme a vecchi aerei cisterna, caccia di supporto e aerei radar. La simulazione è nota nei corridoi del Pentagono come “operazione Chimichanga” e c’è da augurarsi che i 583 abitanti di Fort Yukon fossero stati informati dell’inatteso show of force americano, come direbbero i teorici della deterrenza.
E’ ragionevole supporre, come fanno David Axe e Noah Shachtman, esperti di sicurezza del mensile americano Wired, che i destinatari della dimostrazione di capacità di attacco della forza aerea Usa, seppur testate su scala ridotta, non fossero i taglialegna e i pescatori di Fort Yukon, ma gli avversari e i nemici dell’hyperpuissance statunitense: Cina, Iran e Corea del Nord dell’ “intelligente leader” Kim Jong-un.
Il Pentagono si è affrettano a smentire. Si è trattato – dicono dalla riva destra del fiume Potomac – di un semplice test delle capacità di lunga percorrenza dei bombardieri B-1, degli F-22 e di una verifica dell’abilità di sostegno aereo ravvicinato degli F-16. La simulazione, secondo Joseph Kunkel Colonnello dell’aviazione a stelle e strisce, ha verificato il corretto funzionamento dello squadrone di F-22 Raptor il cui hardware e software è stato aggiornato al livello Block 3.1.
Gli F-16 hanno simulato una missione che gli analisti classificano come High Value Air Asset Escort (HVAAE), ossia il sostegno aereo a velivoli militari impegnati in operazioni di teatro in aree il cui accesso è interdetto per la presenza di asset difensivi nemici. I bombardamenti a finti obiettivi portati a compimento dagli F-22 hanno testato l’efficacia del caccia multiruolo, gioiello dell’Air Force, in operazioni d’attacco Air-to-Surface.
Chiunque abbia letto le otto pagine della guida strategica del Dipartimento della Difesa statunitense sa che la sfida posta dall’Anti-Access/Area Denial (A2AD) costituisce uno dei punti chiave del concetto di difesa di Washington. Il documento rimane piuttosto evasivo sugli altri nodi che arrovellano il dibattito strategico degli ultimi anni, dalle guerre di quinta generazione alla proliferazione di armi non convenzionali in mano ad attori non-statali. L’A2AD è il vero perno dello shift militare nel Pacifico. La sicurezza americana di poter proiettare il proprio potenziale bellico (Rapid Deployment of Joint Task Force) in teatri operativi lungo tutto lo spettro planetario è la garanzia militare del primato politico americano.
Ufficiosamente l’operazione Chimichanga ha testato l’evoluzione dell’abilità tattica dell’US Air Force di combattere militarmente la Cina nello scenario ipotetico del Pacifico Occidentale.
La relativa vulnerabilità emersa dal test dimostrerebbe la necessità, da parte di Washington, di ricorrere ai più avanzati sistemi militari per avere ragione di un avversario il cui dispositivo difensivo viene costantemente aggiornato. Mostrerebbe anche (e soprattutto) l’esigua disponibilità americana di sistemi d’arma avanzati. Una vulnerabilità relativa che lascia intatto il primato militare americano rispetto alla Cina, come dimostrato in maniera difficilmente confutabile da Michael Beckley, analista di Harvard, e come rivendica con orgoglio Robert Kagan nel suo recente saggio dal titolo esplicativo: “The World American Made”.
Da oltre dieci anni però l’aviazione Usa pondera silenziosamente l’imponderabile: una scontro militare con la Cina. Uno scenario altamente improbabile, dal momento che dovrebbero saltare diversi sistemi di garanzia diplomatici ed economici.
In altri parole, secondo Axe e Shachtman, una guerra con la Cina per il Pentagono è tanto improbabile quanto impensabile. Certo è che per mantenere la pace nel sistema internazionale grazia al primato militare, secondo lo slogan conservatore caro a Reagan “Peace through strength”, gli Usa devono militarmente “stare al passo”.
L’arsenale americano nel Pacifico conta centomila truppe avanzate, cento navi da guerra e migliaia di aerei caccia. Molti velivoli, sino ad oggi impiegati in Afghanistan e Iraq, potranno essere dispiegati nel Pacifico nell’ambito di quello che Obama ha sancito essere il secolo asiatico. Sarebbe questa la sindrome più evidente di quella malattia che i critici dell’attuale amministrazione ritengono essere la politica del “China first” del quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti d’America.
Ammesso che il Pacifico diventi davvero il prossimo “pivot of history”, anche senza scomodare Mackinder, l’U.S. Pacific Command è costantemente rifornito di sottomarini, portaerei e caccia stealth e droni. Dal 2003 nell’isola di Guam stazionano aerei dell’U.S Air Force ad un raggio di volo ridotto dalla Cina. L’anno scorso i bombardieri B-1 sono stati impegnati in un operazione di 24 ore che dal Sud Dakota li ha visti impegnati in Libia. L’operazione Chimichanga ha cercato di verificare se identica operazione, in linea teorica, era possibile in Cina. L’esito è positivo.
I missili Standoff, costruiti dalla Lockheed Martin, potrebbero essere l’arma chiave delle forze statunitensi. I B-1 non sono aerei invisibili ai radar cinesi. Gli analisti della RAND ritengono che i sistema di difesa nemici siano in grado di intercettare anche gli stealth F-35. Ciò significa che un attacco ad obiettivi terrestri da parte americana deve avvenire da una distanza al di fuori della portata dei missili terra-aria HQ-15 cinesi.
I missili JASSM possono colpire obiettivi da una distanza superiore rispetto a quelli che gli HQ-15 cinesi possono difendere. Su questo punto, la sicurezza geopolitica cinese di “negare l’accesso” alla forza militare Usa rovina senza appello.
La Cina rinnova costantemente i propri sistemi di difesa. Nel frattempo la Northrop Grumman ha rinnovato però la flotta statunitense fornendole dei bombardieri B-2. Lo scorso anno in Libia gli incursori ideali, i B-2 in un solo passaggio, hanno distrutto difese aeree nemiche e reso impraticabili aeroporti annientando sistemi di difesa missilistici.
L’F-22 trasporta bombe di piccolo diametro ed è in grado di ingaggiare uno scontro con obiettivi terrestri con precisione millimetrica. Quando l’aggiornamento Block 3.1 sarà terminato, centocinquanta Raptor saranno pronti per le forze aeree statunitensi, mentre il più agile F-35 Joint Strike Fighter arriverà in ritardo per il costo imprevisto (ed extra budget) del programma.
Il programma Bomber Next Generation che avrebbe dovuto fornire al Pentagono cento nuovi bombardieri invisibili è stato cancellato per i costi eccessivi dall’ex segretario alla difesa Robert Gates. Con l’arrivo al Pentagono di Leon Panetta, il programma è stato sostituito dal Long Range Strike Bomber, una versione leggermente più economica con i suoi 550 milioni di dollari a dispositivo.
Quando nel 2020, salvo imprevisti economici, i nuovi caccia saranno pronti, potrebbe verificarsi un ulteriore shift militare nel Pacifico. Il focus strategico di Obama sul Pacifico, sostiene Kagan, non è di per sé un errore, ma il pivot della Storia non è da quelle parti. L’ordine mondiale ha ancora un suo difensore.
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