Insorti Taliban si costituiscono alle Forze Nazionali di Sicurezza Afgane


17 aprile 2012

Primavera. Stagione solitamente associata al risveglio della natura, ai sublimi archi e clavicembali del sonetto vivaldiano ad un momento di rigenerazione dopo il torpore invernale. Non è stato così per l’Afghanistan, in particolare per la sua capitale, che nella giornata di domenica ha visto il ritorno sulla scena dei taliban per mezzo di un’offensiva particolarmente ben congegnata e di forte impatto, sia emotivo che politico.

Il messaggio, recapitato dal gruppo che fu il braccio locale della distante mente americana contro l’URSS, è il seguente: siamo tornati e siamo capaci di colpire il nemico occidentale nel cuore della sua proiezione sul territorio afgano.

All’incirca una trentina di taliban hanno diretto un’orchestra stridente di razzi Rpg, mitragliatrici e granate. Il bilancio dei caduti è al momento incerto: si parla di 39 militanti, 5 civili e un numero indeterminato (tra gli 8 e gli 11) membri delle forze di sicurezza afgane. Per quanto riguarda i feriti, si parla di una sessantina. Un conteggio che avrebbe potuto essere molto più amaro, ma che è stato contenuto – secondo quanto affermato dal presidente – dalla pronta reazione dei comparti rispondenti al governo di Kabul. L’attacco, iniziato in tarda mattinata, si è protratto sino a sera nel tentativo di stanare i taliban nascosti tra i numerosi edifici abbandonati della capitale, evitando di coinvolgere la popolazione inerme.

Il portavoce del gruppo degli “Studenti” (significato etimologico del termine taliban in lingua pashtu), Zabihullah Mujahid, ha subito rivendicato la serie di attentati. Lo ha fatto inviando un messaggio alla Associated Press e poi diffondendo la notizia su twitter. “Hanno detto che eravamo deboli, abbiamo dimostrato di poter arrivare ovunque” ha tenuto a precisare.

Ovunque, sì, perché i miliziani sono entrati in una delle zone super protette della capitale, suonando le note della riscossa taliban dinanzi alle ambasciate tedesca, inglese, russa ed iraniana, e nei pressi di basi NATO. Vi è poi stata l’offensiva al palazzo del vicepresidente Khalili e a quello dello stesso Karzai. Nemmeno il Parlamento è stato risparmiato e anzi pare sia stato uno degli edifici dinanzi al quale gli scontri si sono protratti più a lungo. Contemporaneamente, anche altre città del Paese sono state bersagli del violento risveglio. Si tratta di Jalalabad, Pul-e-Alam e Gardez, rispettivamente nelle province di Nangarhar, Logar e Paktia.

A mettere in moto la macchina taliban dopo la battuta d’arresto dovuta al rigido clima invernale è stato il motore del riscatto. Riscatto dall’onta inflitta dagli Stati Uniti e dalle forze NATO negli ultimi mesi per il tramite dell’incendio delle copie del Corano, del video dei marines americani che urinavo sui cadaveri dei nemici e del massacro dei civili a Kandahar ad opera del sergente USA.

Una serie di circostanze che hanno invertito il buon corso del dialogo intrapreso tra i militanti afgani e l’amministrazione Obama. In gennaio, Washington aveva confermato la notizia dell’apertura di negoziati tra le parti in causa con la mediazione – se non politica, per lo meno fisica – del tanto piccolo quanto influente emirato del Qatar.

L’umore positivo nei confronti dell’instabile scenario afgano era stato favorito dall’impegno comune assunto in occasione della Conferenza di Bonn (5 dicembre 2011) tra altri partner: i rappresentanti delle forze NATO e quelli di Kabul. L’accordo si basava su un meccanismo improntato al do ut des in base al quale le forze dell’Alleanza atlantica si impegnavano a non abbandonare l’Afghanistan sotto il profilo dell’assistenza civile dopo il ritiro militare previsto – e confermato anche dopo gli ultimi eventi – per la fine del 2014. Il governo di Karzai, in cambio, assicurava solerzia in termini di riforme, diritti umani, good governance e sviluppo.

La strada scelta, quella della predisposizione di accordi bilaterali tra Kabul e partner NATO, rappresentava l’ordito sottostante la trama dell’anelato processo di transizione. E anche l’Italia aveva seguito il corso, firmando con il Presidente afgano un accordo di partenariato e cooperazione di lungo periodo in occasione del tour europeo intrapreso da Karzai a fine gennaio.

Ma se i rapporti tra taliban e Stati Uniti sono stati evidentemente minati dagli sopraccitati episodi, anche quelli tra Washington e Kabul hanno subito una regressione. Si parla di polemiche sul ricorso da parte delle forze di sicurezza afgane a operazioni notturne in chiave anti-taliban che non piace per nulla al supervisore americano. Anche dalle parole del Presidente pashtun successive agli attacchi di domenica è emersa una certa insofferenza. Si è parlato di lacune nelle capacità di prevenzione e nella rete informativa dell’Alleanza, considerato che un’operazione del genere deve aver richiesto tempo e risorse per essere realizzata.

Quanto accaduto a Kabul e dintorni ha ricadute molto ampie. Con un Paese che è l’ombelico della produzione di oppio (che poi si dirama lungo le arterie dell’Asia centrale) e che presenta una realtà sociale fortemente composita e spaventata dallo spettro del ritorno alla guerra civile, il risveglio taliban appare più un messaggio indirizzato all’esterno piuttosto che all’interno.

Molti analisti, dinanzi alla potenza dell’offensiva scatenata domenica, hanno rispolverato i fatti conosciuti sotto l’etichetta di ”’offensiva del Tet”, accaduti ai tempi della guerra in Vietnam (30-31 gennaio 1968). Il paragone storico, sebbene le circostanze siano fortemente diverse  (come evidenziato dal Dipartimento della Difesa americano), sta ad indicare come il disimpegno dall’Afghanistan sia vissuto negli Stati Uniti. L’impressione è quella di una sconfitta senza attenuanti (nella speranza di non arrivare ad una nuova fuga a gambe levate dall’Ambasciata), sebbene ci si trinceri dietro a scusanti di facciata.

La prima, quella dell’attribuzione degli attentati alla rete Haqqani che godrebbe della silente protezione del Pakistan. La seconda, quella delle capacità di reazione delle forze di polizia afgane. L’ottimo lavoro svolto da quest’ultime è stato citato quale prova dell’efficacia dell’exit strategy elaborata dagli americani.

La verità è che l’offensiva taliban ha avuto l’obiettivo di far ascoltare al sordo interlocutore d’oltreoceano che il gruppo non ha intenzione di essere estromesso dallo scenario post Karzai. Bisogna vedere se l’orecchio di Washington sarà capace di intendere il messaggio prima che i violenti bisbigli si trasformino in un fragoroso fallimento per la NATO e per gli Stati Uniti. Il meeting dell’Alleanza in programma per maggio a Chicago sarà, probabilmente, l’ultima occasione per un esame audiometrico senza futili interferenze.




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