14 aprile 2012
Dopo iniziali tentennamenti, i Fratelli Musulmani, formazione maggioritaria nell’attuale governo egiziano, hanno deciso di candidare un loro esponente alle prossime elezioni presidenziali. Si tratta del numero due della confraternita, Khairat el-Shater, imprenditore e finanziatore della campagna elettorale della Fratellanza.
La scelta dei Fratelli Musulmani è andata contro a quanto la stessa forza politica aveva affermato in precedenza, provocando anche una decisa collisione di idee tra Fratellanza e Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF). Lo SCAF aveva infatti candidato alle presidenziali Omar Suleyman, ex capo dei Servizi Segreti egiziani.
Gli attriti tra la Fratellanza e lo SCAF derivano dalle accuse di inefficienza formulate nei confronti del governo da parte del movimento islamico. I Fratelli Musulmani, nonostante abbiano vinto le elezioni, non esercitano controllo sull’esecutivo, che rimane ancora oggi nominato dallo stesso SCAF. A tali intricati giochi di potere si aggiungono le proteste dell’opposizione laica e dei rappresentanti della Chiesa Copta, nonché la candidatura di Hazem Salah Abu Ismal da parte della frangia salafita, della quale deve essere ancora confermata la legalità.
All’interno della cornice egiziana, gli Stati Uniti scelgono il “meno peggio”. La Casa Bianca vede nella Fratellanza Musulmana un giusto compromesso tra la ovvia rappresentanza islamica in un Paese a maggioranza musulmana e il terrore occidentale di ingerenze da parte dei fondamentalisti. O probabilmente Washington si dimostra lungimirante, concentrando i suoi sforzi nelle relazioni con quello che potrebbe essere il futuro interlocutore egiziano.
L’apparente indifferenza americana verso i partiti laici potrebbe sembrare insensata se questi non detenessero solo un quinto dei seggi parlamentari e se la Fratellanza Musulmana non stesse monopolizzando, insieme ad altri partiti “satellite”, il Parlamento e la futura Assemblea Costituente. Così si assiste ad un nuovo amore tra gli eterni rivali: Stati Uniti dell’imperialismo, della lotta al terrorismo, della demonizzazione del nemico e Fratelli Musulmani, confraternita religiosa favorevole all’introduzione della Sharia.
Che si stia avverando l’incontro delle civiltà? Un incontro degli interessi è sicuramente più verosimile. Gli Stati Uniti conoscono l’inclinazione della Fratellanza verso un’economia più liberista rispetto a quella privilegiata da altre formazioni politiche. Allo tesso tempo, i Fratelli Musulmani ritengono imprescindibile un appoggio da parte di Washington, sia nella corsa verso le presidenziali che nel successivo scenario di equilibri regionali che avranno ancora una volta come perno l’Egitto.
I contatti tra Usa e Fratellanza sono iniziati mesi fa. Il 3 aprile scorso una delegazione del movimento islamico si è recata a Washington per pubblicizzare l’inclinazione moderata del programma politico della Fratellanza. Sondos Asem, membro della delegazione, in un’intervista al Washington Post ha dichiarato: “rappresentiamo un punto di vista musulmano moderato, centrista. Per noi le priorità sono soprattutto economiche, politiche, mantenendo gli ideali della rivoluzione di una giustizia sociale, dell’educazione e della sicurezza della popolazione. Siamo qui per iniziare a costruire ponti di collaborazione con gli Stati Uniti. Riconosciamo il ruolo che gli Usa ricoprono nel mondo e vorremmo costruire rapporti del tutto nuovi con l’America”. Grande sollievo per gli Stati Uniti, disorientati e preoccupati dopo la caduta di Mubarak, loro più importante alleato nell’area mediorientale e nordafricana.
La Fratellanza ha presentato però all’interlocutore americano una versione un po’ più ammortizzata della visione politica pubblicizzata in Egitto. È stato ribadito il rispetto degli accordi internazionali, tra cui Camp David, a meno che non ci dovesse essere – specificazione passata sottovoce – una volontà popolare contraria. La Fratellanza ha voluto fugare ogni dubbio sui suoi obiettivi teocratici, sostenendo la volontà di ottenere uno Stato civile democratico basato sullo Stato di diritto e di migliorare la situazione delle donne nella società.
Insomma, per non perdere un fondamentale alleato nello scacchiere mediorientale, gli Stati Uniti si sforzano di credere a ciò che viene sponsorizzato a Washington da quelli che fino a poco tempo fa erano considerati islamisti radicali. Il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha però sminuito questa nuova “alleanza”, affermando come Washington parli con tutti gli attori politici egiziani, apprezzando in ogni caso la posizione moderata della Fratellanza, il loro rapporto con le minoranze, la tutela dei diritti e soprattutto l’apertura verso il mantenimento di Camp David. Senza quest’ultimo, sicuramente, l’appoggio statunitense verrebbe meno.
Se il candidato alle presidenziali della Fratellanza è sicuramente molto conservatore da un punto di vista religioso e culturale, è anche vero che gli Stati Uniti sono disposti a passare sopra il problema, essendo el-Shater noto per il suo ultra-liberismo. D’altro canto, non è difficile comprendere quanto l’aiuto economico statunitense potrà giovare ad un Paese con una situazione finanziaria che peggiora di giorno in giorno.
Ciò è stato confermato anche dalla conclusione della vicenda delle Ong internazionali, accusate dalle autorità egiziane di ricevere fondi da Paesi stranieri e voler dirottare la rivoluzione nell’interesse di Stati Uniti ed Israele. In conseguenza di ciò, la Casa Bianca ha minacciato la sospensione dell’invio di 3,1 miliardi di dollari assegnata all’Egitto e, dopo qualche debole minaccia di revisione del trattato di Camp David, dal Cairo non sono giunte ulteriori polemiche. Il Paese dipende in maniera preponderante dal flusso di aiuti esterni e ciò non può che influire sulle sue scelte politiche ed internazionali. E questo la Fratellanza lo sa bene.
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