Assad stringe le mani insanguinate all’opposizione


13 aprile 2012

La primavera siriana sembra volgere a termine. Cacciare Assad si sta rivelando più difficile di quanto credevano molti analisti e il protrarsi degli scontri sta logorando principalmente le forze dei ribelli. I morti hanno superato quota 10000, di cui 9000 solamente tra la popolazione civile. Per gli insorti la situazione è notevolmente degenerata rispetto a quando scoppiarono i primi dissensi un anno fa,.

La paura della repressione ha fatto si che grandi manifestazioni di massa, in stile piazza Tahrir, non riuscissero a svilupparsi. Le proteste in Siria hanno così raggiunto dimensioni inferiori a quelle assunte negli altri Paesi arabi. La voglia di cambiamento è sembrata essere espressione solo di una parte del popolo siriano (quella sunnita in particolare). Anche le voci dal web non hanno ricevuto quell’attenzione che hanno catturato i blogger egiziani e tunisini. Assad è riuscito ad isolare i vari focolai di rivolta, non permettendo ai rivoltosi di coordinarsi a livello nazionale e di trovare una soluzione per una rappresentanza credibile nelle sedi internazionali.

Le azioni dei singoli Stati esterni e delle varie organizzazioni sovranazionali si sono mostrate inefficaci. La comunità internazionale ha espresso il suo disinteresse per lo scenario siriano – decisamente povero di risorse – a fronte soprattutto delle reali difficoltà che un intervento in un’area così centrale e strategica per l’equilibrio in tutto il Medio Oriente avrebbe creato.

La missione degli osservatori della Lega Araba non ha portato alcun sollievo ai ribelli, che anzi hanno visto aumentare le pressioni del regime. La risoluzione di febbraio delle Nazioni Unite ha sbattuto contro il veto russo e cinese. La riunione annuale della Lega Araba, tenuta recentemente a Baghdad, si è risolta con un nulla di fatto.

Sul piano Annan per il momento c’è molto scetticismo, nonostante la bozza abbia riscosso l’approvazione di tutta la comunità internazionale, Siria compresa. Successo ottenuto soprattutto grazie ai leggeri vincoli previsti. I 6 punti di Annan chiedono infatti la cessazione delle forme di violenza armata per tutte le parti con la supervisione dell’ONU, la fornitura di aiuti umanitari alle zone colpite dagli scontri e la liberazione dei prigionieri detenuti arbitrariamente. Lo stesso piano non si pronuncia su futuri cambi di governo e soprattutto mette sullo stesso piano le forze dei ribelli e quelle del regime.

Come è già successo a fine anno, le promesse di maggiore collaborazione da parte di Damasco potrebbero comunque essere solo di facciata. Nell’ultima settimana le repressioni contro i ribelli non hanno conosciuto battute di arresto e qualche giorno fa ci sono stati scontri tra insorti e milizie del governo fuori frontiera nella regione turca al confine con la Siria. Anche in questo caso sia il governo Erdogan che la comunità internazionale non si sono spinti oltre parole di condanna.

Tanto fumo, poco, pochissimo arrosto. Ai ribelli non resta molto da mangiare, se si considera che al mercato nero, unico luogo dove si può comprare l’equipaggiamento per combattere, i prezzi di armi e munizioni sono decollati, rendendone proibitorio l’acquisto.

Talk, talk, talk. That won’t do us any good. We need guns” le parole di Fouad, ribelle siriano, sembrano essere in linea con le decisioni prese a Istanbul qualche giorno addietro durante l’incontro dei “”. L’idea di fornire armamenti e soldi alle forze contro Assad potrebbe non essere completamente sconclusionata. Bisogna però capire quanto ci sia di vero in queste promesse. Per ora gli Stati che avrebbero dato la disponibilità a fornire bread and ballots sarebbero principalmente quelli del Golfo. Stati Uniti e Germania hanno promesso aiuti non militari.

In realtà la scelta di perseguire questa strada risulta piuttosto stridente con la proposta di Annan di raggiungere un compromesso senza ulteriore spargimento di sangue. L’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite, Bashar Jaafari, ha provveduto immediatamente a dare risalto all’incongruenza nell’atteggiamento adottato da questi Paesi: da una parte si predica per raggiungere un compromesso, dall’altra si arma una delle due fazioni in lotta. Anche Annan sembra critico verso certe scelte.

Per aiutare i ribelli armi e soldi sarebbero molto più utili che un battaglione di osservatori armati di videocamera, macchine fotografiche e taccuini. I fatti recenti hanno dimostrato le scarse possibilità di vittoria di un esercito del genere. Una missione internazionale per monitorare la situazione servirebbe piuttosto ad Assad per guadagnare tempo e sperare di sedare le rivolte in fretta, così da riuscire a godersi almeno un po’ delle vacanze estive senza troppe gatte da pelare.

La comunità internazionale invece non potrebbe andare in vacanza nemmeno nel caso in cui la guerra civile terminasse. Se i ribelli non riuscissero ad abbattere il governo ci potrebbe essere il rischio di forti epurazioni, soprattutto all’interno della comunità sunnita. Viceversa se gli insorti prendessero il potere, le altre comunità nel Paese, e i sostenitori di Assad, potrebbero subire la vendetta degli oppositori.

Dopo i massacri perpetrati ad Hama nell’82 ad opera di Hafez, padre di Assad, la situazione tornò sotto controllo senza che ci fosse bisogno di ulteriori interventi esterni. Oggi un ritorno alla normalità sembrerebbe molto più problematico, qualsiasi piega prenda il conflitto civile attuale. Le trasformazioni avvenute negli altri Paesi mediorientali in seguito alle sollevazioni popolari difficilmente potranno rendere la situazione a Damasco reversibile.

Il finale sembra escludere il lieto fine. Non esistono possibilità per i ribelli di uscire vittoriosi dallo scontro con le forze del regime senza nuovi colpi di scena. Il sogno di una Siria realmente democratica si allontana ogni giorno che passa e non sarà realizzabile se a fianco dei ribelli non arriveranno forze esterne (finale valido per un buon film di fantascienza).

La tragedia potrebbe invece assumere dimensioni decisamente maggiori se, oltre a non aiutare i ribelli nella loro lotta, le organizzazioni sovrannazionali non trovassero un modo adeguato per gestire la situazione sul territorio una volta terminata la guerra civile, chiunque ne esca vincitore.

A Hollywood stanno cercando un regista, preferibilmente non americano, che curi gli effetti speciali. Una collaborazione turca o con i Paesi del Golfo potrebbe essere gradita, anche se per il momento non è attesa. Per la fine del film c’è ancora tempo. Per il popolo siriano no. E nemmeno per la comunità internazionale, se in questa storia ha veramente interesse a non svolgere un ruolo solo da comparsa.




COMMENTI
Pierpaolo

Fino ad ora l’unico ad offrire “bread and ballots” è stato Assad.
Dall’inizio delle turbolenze è, comunque, riuscito a tenere regolari elezioni amministrative, ha realizzato una modifica liberale della costituzione, ottenendone un’approvazione plebiscitaria, ed a breve scadenza terrà le elezioni politiche alla faccia dei Ghalioun e dei vari Ahmed Chalabi in salsa siriana.
Ormai Assad vince anche per il solo fatto di non essere stato defenestrato.
Non mi meraviglierei se il Baath raccogliesse la maggioranza dei consensi anche alle prossime elezioni di maggio.
I Siriani già incominciano a rimpiangere Assad padre – che è tutto dire -, figuriamoci se non daranno il loro consenso al figlio.

Lorenzo Baldi

Sono d’accordo sul fatto che Assad stia vincendo anche solo per non essere stato ancora defenestrato e concordo sul fatto che probabilmete il partito Baath riuscirà a raccogliere la maggioranza dei consensi anche alle prossime elezioni. Sinceramente ho qualche dubbio sul corretto svolgimento delle prossime elezioni e non definirei “regolari” le elezioni amministrative che si sono svolte a fine anno.
Di ballots probabilmente il governo ne ha offerte parecchie; il pane, se è stato dato, è andato a vantaggio di una piccola parte della popolazione.