T-90 indiano | Foto di Jaskirat Singh Bawa | Flickr CC


7 aprile 2012

Le forze armate indiane non sarebbero in grado di sostenere un conflitto, questo il tono della dichiarazione del comandante in capo dell’esercito di New Delhi, il Generale V.K. Singh. Dichiarazioni che in teoria avrebbero dovuto essere secretate: Singh si è “lamentato” della situazione con due lettere riservate dirette una al Primo Ministro e una al Ministro della Difesa. Non è ancora chiaro quale delle due missive sia stata intercettata dalla stampa indiana.

Il grido di allarme di Singh è rivolto principalmente all’esercito. Secondo il Generale le forze di terra indiane non avrebbero né munizioni a sufficienza per i propri carri armati ed armi, nè mezzi per le forze speciali. Ciò che è più preoccupante, riferisce il Generale, è lo stato di salute del sistema di difesa aerea, considerato funzionante ma eccessivamente obsoleto.

La lettera ha fatto scoppiare un caso mediatico in India, Paese abituato alla corruzione dei propri vertici politici ma allo stesso tempo orgoglioso dello status di potenza raggiunto. Dalla missiva, anche se non esplicitamente, traspare lo sconforto e l’irritazione dell’esercito, branca delle forze armate indiane che fino al decennio scorso era considerata il difensore della patria e che oggi invece arranca per ottenere le risorse necessarie per restare al passo con la modernizzazione.

I numeri relativi alle acquisizioni militari in India – dati del Stockholm International Peace Research Institute – sono impressionanti. Nel periodo 2007-2011, New Delhi ha aumentato le proprie importazioni di armamenti del 38% rispetto al quadriennio precedente. Sempre nel periodo di riferimento, l’India si è situata al primo posto tra gli importatori di tutto il mondo. Oggi New Delhi rappresenta il 10% del totale delle importazioni mondiali di armi, e costituisce un mercato che fa gola ai principali produttori/esportatori pubblici e privati di tutto il globo. E’ chiaro che l’India,  grazie anche alla crescita economica costante dell’ultimo decennio, può spendere cifre esorbitanti per il proprio sistema difesa.

Le acquisizioni, tuttavia, sono sbilanciate verso l’aeronautica. Dal 2007 ad oggi l’India ha acquistato 120 Su-30MK e 16 MiG-29K dalla Russia, 20 Jaguar S dal Regno Unito e ha commissionato 126 Rafale alla Dassault francese. Oltre ai cacciabombardieri, New Delhi ha comprato e comprerà anche aerei cisterna, pattugliatori, elicotteri. Il secondo bacino di importazioni è rappresentato dalla marina: di pochi mesi fa la notizia che l’India ha preso possesso di un sottomarino nucleare russo. A rimetterci da questo sbilanciamento a favore dell’aeronautica e della marina sono ovviamente le forze di terra.

L’esercito indiano conta, dati del 2011, 1,130 milioni di uomini. Questo numero non è indicativo: per avere un’idea della reale entità delle forze di terra è necessario considerare anche 1,3 milioni di uomini che militano nelle varie formazioni paramilitari come le forze di sicurezza di confine, i fucilieri di Assam e di Rashtriya, la polizia di frontiera indo-tibetana, ecc.. Il totale è di oltre due milioni e mezzo di uomini attivi.

Abbastanza impressionanti sono anche i numeri relativi ai sistemi d’arma. L’India ha in servizio più di 4000 carri armati e 2000 veicoli corazzati di vario genere. Qui, però, si scopre il vero deficit delle forze di terra indiane: solo 444 carri armati sono di nuova generazione – T-90 russi o Arjun di produzione domestica – mentre i restanti sono più obsoleti T-72 e T-55. Tra l’altro, la flotta di carri utilizza ben tre calibri di munizioni diverse (125, 120 e 115 mm), complicando la logistica.

Il numero di veicoli corazzati, circa la metà rispetto ai carri armati, indica che solo una parte delle divisioni è completamente meccanizzata o corazzata. Segno che l’esercito paga una concezione di difesa territoriale statica, oggi superata anche dai piani strategici dello Stato Maggiore. La scarsa mobilità si accompagna ad un sistema di difesa aerea basato su vecchi missili russi come l’SA-6, l’SA-8B, l’SA-9 e l’SA-13, che hanno una gittata compresa tra i 3,5 ed i 24 km. Manca, per completare l’ombrello difensivo, un sistema a medio lungo raggio, in grado di coprire le forze di terra durante manovre in profondità nel territorio nemico.

Le lamentele di Singh sarebbero dunque sarebbero giustificate, anche se valutabili a seconda della lente strategica con cui si vuole guardare all’esercito. Se lo scopo è quello di avere una forza terrestre in grado di competere con il rivale Pakistan, allora la bilancia pende a favore dell’India, anche se, come già citato, la scarsa meccanizzazione non permetterebbe oggi di attuare il piano denominato Cold Start. Secondo questo piano, le truppe indiane dovrebbero essere in grado di mobilitarsi in massimo 48 ore e colpire il Pakistan conquistando obiettivi predeterminati, ma sufficientemente limitati in modo da non fornire a Islamabad la scusa per un’escalation alla guerra nucleare.

Diversa è la situazione se lo scopo è competere con la Cina. L’Esercito di Liberazione Popolare schiera 2450 carri armati moderni, supportati da un numero similare di veicoli corazzati – indicativo di un discreto livello di meccanizzazione. Il sistema logistico cinese, unito alle infrastrutture civili-militari, permette alle truppe di Pechino un alto grado di mobilità su tutto il territorio nazionale e in Tibet. Capacità che al momento è negata alle truppe di New Delhi.

Nell’ottica di una competizione sino-indiana, dunque, il generale Singh ha ragione nel richiamare l’attenzione del suo governo su deficit che, per guadagnarsi lo status di potenza, l’India dovrebbe colmare.




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