21 marzo 2012
In Turchia sono iniziate ad ottobre le consultazioni che dovrebbero portare ad una nuova Costituzione entro la fine del 2012. Stilare una nuova Costituzione civile, senza l’intervento dei militari, è da sempre il principale obiettivo politico del partito islamico al potere dal 2002, l’AKP. In Turchia, nonostante molti emendamenti – ultimo, e forse il più importante, quello del 12 settembre 2010 –, vige ancora la Carta Costituzionale prodotta dai militari durante il colpo di Stato del 1980.
Fin dai tempi di Kemal Atatürk, l’esercito ha rivestito il ruolo di garante costituzionale dello Stato laico e ha contribuito direttamente alla stesura delle varie Leggi Fondamentali del Paese. E proprio riguardo alla laicità delle istituzioni si sono accesi i più infuocati dibattiti.
Alle elezioni del 12 giugno scorso, l’AKP ha mancato di soli 3 seggi la quota minima necessaria per elaborare unilateralmente disegni costituzionali da sottoporre a referendum popolare. Il premier Erdoğan ha quindi insistito sulla necessità di incontrare il più vasto consenso possibile tra i quattro partiti rappresentati in Parlamento in modo da escludere dal processo un possibile intervento dei militari. Da qui le polemiche.
La principale critica che viene mossa all’AKP è quella di voler sostituire l’autoritarismo militare con quello civile. Molti sono stati i casi di siti censurati e di arresto di giornalisti accusati di appoggiare gruppi terroristici. Il 5 gennaio scorso è stato arrestato l’ex Capo di Stato Maggiore dell’esercito, il Generale Başbuğ, che dovrà rispondere davanti ad una corte civile dell’accusa di propaganda anti-governativa nell’ambito dell’inchiesta legata all’affare Ergenekon, un’associazione segreta che, secondo l’accusa, stava preparando un colpo di Stato. In un clima di aspro contrasto tra il partito islamico e l’esercito – paladino del secolarismo turco – stanno aumentando le accuse rivolte al governo di voler intimorire le opposizioni.
Allo stesso tempo si è messo però in moto un processo potenzialmente virtuoso di consultazioni pubbliche. Ne è stata incaricata la Constitution Reconciliation Commission (AUK), che si compone di rappresentanti dei quattro partiti che hanno ottenuto seggi in Parlamento. In una prima fase la Commissione si confronterà con esponenti di sindacati, ONG, comunità religiose ed etniche. Nella seconda, attraverso delibere votate all’unanimità, si proporrà di scrivere una prima bozza di testo costituzionale, da discutere poi pubblicamente. Da questo confronto dovrà uscire il testo definitivo da sottoporre al vaglio del Parlamento.
Se il processo si svolgerà in un clima meno teso rispetto a quello attuale, non c’è dubbio che sarà una vittoria democratica per la Turchia. Certamente la Costituzione che ne uscirà avrà un’altra accezione di laiklik (concetto turco di secolarismo). La versione kemalista, ispirata alla laicité francese ma declinata nella “versione turca” dagli alti gradi dell’esercito e definita nella Costituzione del 1982, coincide con la pratica di protezione dello Stato dall’ingerenza della religione nella politica, attraverso una costante supervisione statale delle attività di culto. La versione di laicità propugnata dall’AKP si avvicina invece di più all’interpretazione di laicità italiana: lo Stato mantiene un’eguale distanza da tutte le religioni.
Da questa grande frattura d’interpretazione dell’identità turca discenderà anche un possibile allineamento internazionale del Paese. La paura dei difensori del secolarismo, così come descritto da Atatürk, è quella di un possibile scivolamento di Ankara verso alleanze con i Paesi musulmani e un suo possibile allontanamento da Washington e Bruxelles. Già nel 1996, a seguito di un tour africano terminato in Libia, l’esercito aveva fatto pressioni sul premier islamico dell’epoca, Erbakan, ottenendo l’anno successivo la chiusura del partito Refah, sulle cui ceneri è nato proprio l’AKP.
A giudicare dalle mosse di politica estera di Erdoğan, non sembra che vi sia realmente la possibilità che la Turchia si allontani dall’alleanza occidentale. Dopo la crisi con Washington nel 2003, provocata dal rifiuto di fornire il transito in territorio turco alle truppe d’invasione dell’Iraq, non vi sono più stati gravi casi di inottemperanza di Ankara nei confronti del grande alleato americano. La Turchia è oggi il principale strumento statunitense di gestione della crisi siriana e il suo esercito ricopre importanti funzioni di responsabilità in Afghanistan.
L’Unione Europea può rivestire una determinante funzione nel mantenere l’alleato mediorientale ancorato all’area occidentale. Gli ultimi emendamenti costituzionali sono stati intrapresi nella direzione desiderata da Bruxelles e anche il tentativo di redigere una nuova Costituzione elaborata solamente dai civili è un dato apprezzato dall’Unione. Se l’UE sarà in grado di mantenere credibile la sua promessa d’ingresso della Turchia in Europa, molto probabilmente il processo costituente avrà esito positivo e non si verificherà nessuno slittamento di Ankara verso i regimi islamici mediorientali. Ma qualora Bruxelles chiudesse le sue porte, alla Turchia non rimarrebbe altro che guardare al proprio Vicino Oriente, con conseguenze negative per tutto l’Occidente.
Il processo costituente rimane di per sé un allenamento alla democrazia che la Turchia non ha mai sperimentato prima d’ora. L’avvio delle discussioni potrebbe determinare un cambio di mentalità. Potrebbe aiutare a definire una nuova identità collettiva e ricucire le laceranti divisioni comunitarie e ideologiche che caratterizzano il Paese ancora oggi. Un ruolo di assoluta importanza dovrà rivestirlo l’opposizione, tanto quella socialdemocratica quanto quella ultra-nazionalista. Se la partecipazione di questi due centri politici venisse meno o se si determinasse una situazione di radicale polarizzazione, l’AKP proverebbe in ogni caso a forzare la mano. Forte della sostanziale occupazione delle istituzioni da parte dei suoi membri, il partito di Erdoğan avvierebbe, con tutta probabilità, una riforma in senso presidenziale e autoritario.
Qualora si verificasse uno stallo nelle posizioni degli attori politici in un momento di rallentamento della crescita economica, nessuno può dire quali ripercussioni si avrebbero sull’intero Paese e sulle sue relazioni regionali ed internazionali. Soprattutto in un momento in cui l’esercito sembra inibito nella sua capacità d’azione. A causa delle continue accuse che gli sono state mosse dalle autorità civili, il corpo militare sembra incapace di rivestire il ruolo storico di garante della stabilità costituzionale.
Sarebbe sbagliato considerare questo percorso costituente un segnale della volontà d’instaurare un regime a partito unico. L’Occidente deve apprezzare lo sforzo di produrre una Costituzione civile in linea con gli standard delle democrazie liberali. Qualora si preferisse il sostegno a un regime controllato dall’esercito ad una possibile vittoria democratica delle forze islamiche, non si potrebbe che rischiare di ricadere in un atteggiamento ipocrita. Eppure, il sostegno che i Paesi occidentali possono fornire ad Ankara deve anche essere controbilanciato dall’attenzione verso possibili derive autoritarie e islamiste. Washington sbaglierebbe a chiudere un occhio solo per ringraziare la Turchia del ruolo svolto in Medio Oriente. E Bruxelles sbaglierebbe se si facesse condizionare da isterie francofile e negasse ad Ankara la speranza di entrare nell’Unione Europea.
L’avvio di consultazioni pubbliche durante una Costituente è sempre un alto momento di democrazia. Che l’Occidente si rallegri di ciò, pur rimanendo intelligentemente vigile.
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