18 marzo 2012
“Le milizie minacciano le speranze per la nuova Libia”. Il titolo del documento di inchiesta di Amnesty International sulla situazione nell’ex colonia italiana è piuttosto allarmante. Alcuni dei gruppi armati che hanno contribuito a far cadere il regime quarantennale di Gheddafi stanno mettendo in atto vere e proprie persecuzioni su larghi strati della popolazione. Violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno, in particolare contro chi viene sospettato d’aver appoggiato o collaborato con il dittatore.
Secondo Navi Pillay, Alto Commissario per i Diritti Umani alle Nazioni Unite, “la mancanza di controllo da parte dell’autorità centrale libica sta creando un ambiente favorevole alla tortura ed al maltrattamento”. Il Comitato Nazionale di Transizione (CNT) non sembra infatti avere il potere (o la volontà?) di mettere un freno a certe azioni.
In realtà, per il governo non è facile venire a capo della situazione, considerato che non gode della legittimazione popolare ed è privo dei mezzi necessari per fronteggiare i gruppi di combattenti. I ribelli si sono rifiutati di entrare a far parte delle forze armate nazionali. Gli aiuti internazionali che dovevano permettere l’efficace e rapida riorganizzazione delle strutture del nuovo Stato si stanno poi dimostrando inadeguati. Certi episodi di violenza passano così sotto una sorta di impunità con il bene placido delle autorità libiche.
Le ONG operanti sul territorio hanno segnalato casi di detenzioni illegali, torture e maltrattamenti dei prigionieri che in alcune circostanze ne hanno causato la morte. Molti processi vengono portati avanti senza rispettare i diritti dell’imputato e sono stati appurati casi di discriminazioni ed abusi sia contro gruppi rimasti fedeli al Rais e contro coloro che hanno preferito lasciare il Paese per poi farci ritorno una volta finite le ostilità (i cosiddetti “returnees”).
Le indagini della Corte Penale Internazionale per il momento non hanno prodotto risultati tangibili, anche perché in alcune circostanze il CNT non ha fornito le informazioni necessarie per poter giungere all’emanazione di un verdetto definitivo.
Alcune delle ONG presenti in Libia (Amnesty International, Human Rights Watch) stanno lanciando appelli ai responsabili del governo di Tripoli ed al resto della comunità internazionale affinché si mobilitino per mettere fine a certe atrocità. In larga parte, però, la loro voce rimane inascoltata. Nell’indifferenza generale sono passate anche le azioni di un gruppo di operatori di Médecins sans Frontières (MSF), che poco più di un mese fa ha sospeso le attività nei centri di detenzione di Misurata per protestare contro le ripetute torture subite dai detenuti.
La comunità residente a Tawergha, città usata dal Raìs come centro delle operazioni militari contro Misurata, è stata probabilmente quella più colpita dalla sete di vendetta di alcuni dei ribelli. Una volta occupata la zona, le milizie anti regime hanno messo in atto una vera e propria epurazione di massa contro i suoi abitanti perché sospettati d’aver combattuto a fianco di Gheddafi.
Anche la Nato è stata messa sotto inchiesta per i massacri di Tawergha con l’accusa di complicità in “crimini contro l’umanità” per aver concesso la copertura aerea alle truppe ribelli durante l’attacco alla città. Al momento però il processo sembra essere giunto ad un punto morto.
La comunità internazionale e i singoli Stati interessati nell’area rischiano di fare una pessima figura con conseguenze che potrebbero rivelarsi decisamente negative. La situazione libica è un banco di prova importante anche per ciò che riguarda l’evolversi della crisi siriana. Terminate le operazioni militari a Tripoli, gli Stati impegnati in Libia pare si siano occupati essenzialmente di guadagnare vantaggi economici trascurando il benessere della popolazione. Giustificare un futuro intervento in Siria con l’etichetta di missione umanitaria potrebbe suonare molto poco credibile, visti anche gli insufficienti risultati raggiunti a livello di tutela dei diritti umani. Operazioni del genere perderebbero di legittimità, rendendo ancora più complicato il raggiungimento di un consenso unanime all’interno della comunità internazionale.
“Un anno fa i Libici hanno rischiato le loro vite per domandare giustizia. Oggi le loro speranze sono state messe a repentaglio da milizie armate operanti fuori dalla legge che calpestano i diritti umani senza essere punite”. Questo è quanto denuncia Amnesty International. Aiutare il governo di Tripoli a raggiungere un livello accettabile di stabilità e pacificazione interna deve essere per l’Occidente una priorità inderogabile. La risoluzione 1973 delle Nazioni Unite invitava gli Stati ad agire per proteggere i civili sotto minaccia di attacco. L’intervento Nato può essere giustificato solo se viene accertato il fatto che è servito veramente a migliorare le condizioni di vita del popolo libico. Attualmente però la situazione è ben diversa e non sono poche le voci che si levano a condanna della missione.
L’Unione europea, in particolare, non può permettersi di deludere le aspettative di chi è insorto contro Gheddafi. Non disponendo di strumenti migliori, Bruxelles ha impostato tutta la sua linea in politica estera sull’utilizzo del soft power. La costruzione di una nuova Libia è forse il banco di prova più importante per l’Alto Rappresentante per gli Affari esteri Catherine Asthon e l’ EEAS (Servizio europeo per l’azione esterna). Un fallimento, oltre a gettare la Libia nel caos, darebbe un duro colpo alle ambizioni europee di grandeur.
Il documento di Amnesty International si conclude con alcune raccomandazioni alle autorità libiche affinché facciano “un considerevole sforzo per portare sotto controllo le numerose milizie che stanno tenendo la legge nelle loro mani e per assicurare le necessarie riforme del sistema giudiziario ed il suo effettivo funzionamento”. Al CNT è affidato un compito decisamente importante ma, anche nel caso in cui facesse tutto il possibile per portarlo a termine (cosa tutt’altro che appurata), per il momento non sembra ancora in grado di adempierlo senza un aiuto esterno.
Per alcuni Stati è stato molto proficuo imbarcarsi nell’impresa militare libica, sia per quanto riguarda i rientri economici che per ciò che concerne il livello di popolarità raggiunto dai loro leader nell’opinione pubblica nazionale (cosa da non sottovalutare con l’avvicinarsi delle elezioni). Sarebbe però poi molto più coerente provare almeno a portare a termine gli obiettivi prefissati. L’intervento umanitario in Libia potrebbe essere uno dei primi a concludersi con un bilancio positivo per la comunità internazionale. Ma, per poter decretare la “mission accomplished”, sarebbe necessario un appoggio più incisivo al CNT nella costruzione del nuovo Stato e un’attenzione maggiore alla tutela dei diritti umani del popolo libico.
Photo credit: wikimedia commons
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