26 febbraio 2012
Il 16 febbraio si è aperta la nuova sessione dell’Assemblée Nationale a Kinshasa, dopo la contestata tornata elettorale dello scorso 28 novembre.
L’apertura dei lavori della nuova legislatura fa seguito ad un periodo post-elettorale tutt’altro che pacificato. Le contestazioni non si sono finora placate e ancora oggi, in larga parte, l’opposizione non riconosce il risultato ufficiale delle urne ed auspica una soluzione accettata internazionalmente per l’uscita dalla crisi.
Il 16 febbraio ha visto da un lato “l’aventino” di quasi tutta l’opposizione parlamentare, in larga parte assente dalla sessione straordinaria della nuova assemblea nazionale congolese e, dall’altro, la convocazione della “marcia dei cristiani”, organizzata nel ventesimo anniversario dell’analoga manifestazione tenutasi il 16 febbraio 1992 contro l’allora agonizzante regime mobutista. Una marcia che, peraltro, non ha poi avuto luogo, a causa del provvedimento di divieto emanato dal governatore della città di Kinshasa.
La marcia era stata organizzata dall’arcivescovato della città ed ha assunto una chiara connotazione politica, prevedendo esplicitamente tra i suoi obiettivi quello del riconteggio dei voti delle recenti elezioni. Tale carattere ha mostrato il ruolo importante svolto dalla gerarchia cattolica congolese all’interno dell’opposizione al presidente Kabila, rivelando la rottura senza precedenti tra il potere politico ed il mondo cattolico.
Il ruolo centrale all’interno dell’opposizione spetta però all’Union pour la Démocratie et le Progrès Social (UDPS). Si tratta della principale forza di opposizione sin dagli anni ’80 – in piena era Mobutu – che dopo il boicottaggio delle elezioni del 2006 ha espresso il principale candidato antagonista a Kabila, Étienne Tshisekedi, leader storico e fondatore del partito.
Il programma di stampo social-democratico presentato dall’UDPS ha ottenuto buoni riscontri in tutto l’ovest del Paese, in zone tradizionalmente poco favorevoli al presidente Kabila. Dopo la tornata elettorale, la linea di intransigenza intrapresa da Tshisekedi non ha tuttavia prodotto mobilitazioni di ampio respiro, come dimostra – fatta eccezione per la città feudo di Tshisekedi, Mbuji Mayi – lo scarso successo riscosso dallo sciopero generale dello scorso 31 gennaio.
D’altronde, la stretta autoritaria del governo emersa già durante la campagna elettorale si è fatta sentire nuovamente in concomitanza con l’annunciata marcia dei cristiani. In tale occasione le autorità sono intervenute decretando l’oscuramento del segnale di tre canali televisivi ostili al governo.
Resta da comprendere quali siano le capacità di tenuta della politica di scontro frontale dell’opposizione tutta e, in particolare, del leader del principale partito di opposizione, l’autoproclamato “presidente eletto” Étienne Tshisekedi.
In tal senso, le altre potenze della regione possono svolgere un ruolo fondamentale nel sostegno alle forze dell’opposizione congolese, come le indiscrezioni trapelate dal recente summit dell’Unione Africana ad Addis Abeba hanno lasciato intravedere.
In particolare, uno dei leader dell’opposizione, Vital Kamerhe, di ritorno dal summit UA ha parlato espressamente di diversi leader africani favorevoli al piano di uscita dalla crisi proposto dall’opposizione ed incentrato sul riconteggio dei voti delle recenti elezioni. Non è dato sapere quali siano i nomi di tali leader, ma evidentemente le altre potenze regionali, di fronte ad un risultato elettorale poco chiaro e soprattutto ad un presidente che gode di un consenso nel Paese sempre più ridotto, non chiudono la porta ad altre eventuali soluzioni.
Molto interessante sarà soprattutto verificare le prossime mosse del Ruanda di Paul Kagame. La politica di Kigali nei confronti del vicino gigante centro-africano – sin dagli anni immediatamente successivi al genocidio – è stata in larga misura l’elemento chiave per comprendere i delicati equilibri della RDC. Durante la recente campagna elettorale è stato significativo il sostegno fornito dal regime ruandese alla campagna presidenziale di Joseph Kabila, peraltro ottenuto su esplicita richiesta di quest’ultimo. Tale sostegno si è concretizzato nell’invio di truppe per controllare il processo elettorale, nonché nella presenza dello stesso Kagame a diversi meeting elettorali tenutisi nell’est del Paese.
Quanto alle grandi potenze mondiali, è di questi giorni la dichiarazione ufficiale del governo USA che ha sciolto le riserve e riconosciuto l’elezione del presidente Kabila mediante una dichiarazione resa dall’ambasciatore americano nel Paese. Del resto gli stessi Stati Uniti, come tutti i principali osservatori internazionali (UE – Carter Center – International Crisis Group), pur evocando a più riprese dubbi sulla regolarità delle operazioni elettorali, non si sono spinti fino a metterne in discussione l’esito finale.
Ad una condizione politica oltremodo complessa e deteriore si sovrappongono le piaghe apparentemente insanabili di Kinshasa: la perdurante instabilità nelle province orientali e l’incapacità del potere centrale di gestire le ricchezze del Paese.
L’instabilità e le violenze nelle regioni orientali sono state per l’ennesima volta richiamate recentemente dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, con particolare riferimento alla regione del Nord-Kivu.
In quelle terre, la politica di integrazione dei gruppi ribelli nelle forze armate della RDC, perseguita negli ultimi anni dal governo di Kinshasa per recuperare popolarità – soprattutto in Nord e Sud Kivu – non ha prodotto maggior sicurezza in quelle zone. Ciò è dimostrato dall’elevato numero di internally displaced persons (i c.d. rifugiati interni) ancora presenti nell’area, dalle persistenti violenze tra le Forces Armées de la République Démocratique du Congo (FARDC) ed i gruppi ribelli tuttora attivi, e dalle azioni di violenza ed intimidazione diretta da parte di questi ultimi nei confronti delle popolazioni civili.
Il recente e corposo rapporto redatto dal gruppo di lavoro incaricato dal Consiglio di Sicurezza ONU con la Risoluzione 1533 sulla valutazione della situazione nella RDC, e in particolare nell’est del Paese, ha messo in luce in maniera analitica e con ampia documentazione i gravi e persistenti problemi riguardanti il traffico di armi, le attività di gruppi ribelli ed il traffico illegale di risorse minerarie.
Sul piano economico generale, il Paese fa registrare tassi di crescita del PIL piuttosto significativi, sebbene prevedibili in uno Stato che può considerarsi tuttora in periodo post-bellico. Dopo un 2010 che ha fatto registrare un + 7%, il 2011 sembra non essersi discostato dal trend positivo. In questa fase, l’andamento positivo dell’economia non sembra però in grado di contribuire in maniera significativa allo sviluppo e alla rinascita del Paese, traducendo in ricchezza reale e condivisa le enormi risorse presenti nel suo territorio.
In primo luogo è la stessa consistenza dello Stato congolese, in termini di risorse finanziarie a disposizione, ad illustrare meglio di qualsiasi altro dato l’incapacità dell’apparato istituzionale di Kinshasa nel gestire le sue immense ricchezze naturali. Il Paese non ha mai avviato uno sviluppo economico, sociale e civile condiviso, partecipato ed equamente distribuito sul territorio nazionale. Basti rammentare in tal senso la cronica carenza di infrastrutture energetiche nel Paese, da cui deriva l’estrema scarsità di energia elettrica disponibile per la popolazione, nonostante le immense risorse – soprattutto idroelettriche – di cui si potrebbe disporre.
Gli stessi recenti episodi di ammutinamento nell’esercito congolese (FARDC) verificatisi nel distretto dell’Ituri sono in larga parte dovuti alla povertà di risorse impiegate dallo Stato per il mantenimento delle forze armate, a fronte di ampie zone che sfuggono tuttora al reale controllo delle autorità.
La stabilità e la consistenza dell’attuale leadership congolese appaiono sempre più fragili e sempre più basati quasi esclusivamente sul sostegno di quelle regioni dove la presenza e la forza dello Stato sono maggiormente legate agli interessi e alle strategie geopolitiche dei Paesi vicini.
Nell’attuale fase politica emerge dunque uno stato debolissimo, guidato da un governo fragile, contestato da un’opposizione che a sua volta appare incapace – nonostante l’ampio consenso ottenuto nell’ultima tornata elettorale – di mobilitare la società, anzi le diverse società che compongono il mosaico del grande stato centro-africano.
Le deboli iniziative dell’Unione Africana, in cerca di leadership e identità dopo la fine dell’era Gheddafi, e l’appena abbozzato dialogo intercongolese non appaiono al momento in grado di dare al Paese la coesione, la solidità e la statura necessarie per prendere realmente le redini dei vastissimi territori di cui è composta la RDC e delle risorse in essa contenute.
Una vera soluzione alla cronica insufficienza delle strutture statali in RDC dovrebbe probabilmente partire da una vera riforma fiscale ed amministrativa, in grado di dotare l’apparato istituzionale delle risorse indispensabili per lo sviluppo sociale ed economico del Paese e per aggredire in maniera efficace il gravoso problema della corruzione.
La scarsità delle risorse finanziarie, problema condiviso dalla gran parte degli Stati del continente, emerge in maniera lampante confrontando il rapporto tra prelievo fiscale e ricchezza del Paese nelle diverse aree del pianeta: in quasi tutti i Paesi africani, e la RDC non fa eccezione, il rapporto si attesta attorno al 10%, laddove in America Latina si situa tra il 20 ed il 25% e nei Paesi occidentali tra il 40 ed il 45%.
Senza interventi radicali in tal senso, l’alternativa tra Kabila e Tshisekedi rischia di risolversi in una falsa alternativa, lasciando il Paese nelle mani di forze politiche ed economiche straniere ben interessate – al di là delle dichiarazioni ufficiali – a preservare l’attuale perdurante condizione di instabilità, garantita dall’estrema debolezza delle strutture statali della RDC.
Photo Credit: European Parliament / Flickr CC
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