24 febbraio 2012
La giornata di ieri ha riportato la Somalia sulle ribalte internazionali. David Cameron ha ospitato a Lancaster House Hillary Clinton, Ban Ki-Moon, sceicchi arabi e diplomatici turchi, insieme a più di 40 rappresentanti da tutto il mondo, nel corso del più recente sforzo di alto rango per affrontare la critica situazione della Somalia. Tra le presenze somale, oltre al presidente Sheikh Sharif, sono stati accolti i rappresentanti del Puntland, del Somaliland e della regione del Galmudug. Si è trattato di un approccio internazionale “innovativo” che ha raggruppato Paesi e istituzioni multilaterali per discutere del destino politico della Somalia, in vista della scadenza del termine del Transitional Federal Government prevista per il prossimo agosto.
Alcuni analisti hanno parlato di un’occasione promettente, altri, più scettici, di uno scramble della Somalia in chiave moderna. Certo è che non si attendevano sorprese dalla conferenza, visto che una bozza del comunicato finale era già in circolo da 10 giorni – con non poco imbarazzo britannico. L’agenda è stata scandita da appelli per una rigenerazione politica ed imperativi di sicurezza. Non sono però mancati risultati dal sapore concreto. Sono sette le aree nelle quali si è raggiunto un accordo: sicurezza, pirateria, terrorismo, aiuto internazionale, stabilità locale, processo democratico, coordinazione internazionale.
E’ soprattutto la questione della successione politica ad alimentare le ansie dei più scettici. Nella bozza di comunicato apparsa sul web si parlava di una “caretaker authority” indefinita che avrebbe preso in mano il controllo della transizione da agosto. Che la bozza fosse autentica o no poco conta. La proposta dell’istituzione di una “joint United Nations/African Union International Administration”, comprendente un gruppo chiave di stakeholders (Stati Uniti, Unione Europea, Inter-Governmental Authority on Development, IGAD), è reale. E ad avanzarla sembrerebbe esser stato proprio il governo italiano. Un tentativo che Rasna Warah, editorialista del Daily Nation, ha considerato particolarmente azzardato. La proposta chiedeva che l’amministrazione internazionale prendesse le redini della Somalia dall’agosto del 2012 al dicembre del 2013, di fatto dando avvio ad un nuovo periodo di vacuum politico.
Il comunicato finale ufficiale rilasciato ieri non parla esplicitamente di alcuna “caretaker authority”. Ci si limita piuttosto ad accogliere con favore i progressi raggiunti il 17 febbraio con la firma dei principi di Garowe, adottati nel corso della seconda Constitutional Conference, convocata sulle ceneri del mezzo fallimento di dicembre. L’accordo potrebbe aver fornito le linee guida per la definizione della futura struttura federale del nuovo governo e quelle della gestione dell’equa rappresentanza parlamentare. Sarà a partire da questa base, si dice al punto 5 del comunicato, che si accoglieranno proposte in vista della conferenza di Istanbul il prossimo giugno.
Molti dunque i punti ancora sospesi. Del resto era difficile pensare che in un solo giorno si potesse produrre una svolta laddove più di venti conferenze e una mezza dozzina di interventi militari hanno fallito. Allo stesso modo è altrettanto difficile pensare ad una soluzione che possa prescindere dalla mediazione internazionale. Il governo centrale di Mogadiscio, un’invenzione tutta occidentale, non potrebbe esser sopravvissuto dal 2004 ad oggi senza sostengo internazionale. E pur potendo contare sulle tasche occidentali, non è mai riuscito a guardare troppo oltre Modagiscio o a fare a meno del sostengo diretto degli Stati Uniti, dell’Etiopia e dell’Unione Africana. Proprio ieri il Consiglio di Sicurezza ONU ha votato a favore di un aumento dello sforzo militare di AMISOM, con l’intento di sfruttare la recentissima ritirata degli Shaabab da Baidoa. Il secondo abbandono più significativo, dopo la levata di tacchi da Mogadiscio di quest’estate.
La sicurezza è sicuramente la ragione principale ad aver sostenuto il protagonismo di Londra, che considera i pericoli che scuotono la Somalia come minacce alla propria sicurezza nazionale. William Hague, ministro degli Esteri britannico, ha parlato di “moment of opportunity”. Come negarlo? Basti pensare al successo di AMISOM a Mogadiscio, alle pressioni incrociate sugli Shabaab e ai progressi in fatto di pirateria. Anche in questo campo Londra ha abbandonato un atteggiamento timido. È di qualche giorno fa la notizia della creazione di un nuovo centro anti-pirateria con base alle Isole Seychelles.
Oltre agli intenti più sponsorizzati si contano poi anche altri elementi, che potrebbero suggerire che le ragioni della realpolitik sono all’opera.
All’inizio di quest’anno, l’Africa Oil, compagnia di proprietà canadese, ha iniziato a perforare l’arido nord-est della regione semi-autonoma del Puntland in cerca di petrolio. Una scoperta che potrebbe cambiare il corso della transizione e il prezzo della pacificazione somala.
Nella bilancia delle priorità di Cameron pesa anche il timore di perdere terreno in un’area dove Londra ha tradizionalmente giocato in casa. Il Regno Unito oggi non è più il solo Paese a prodigarsi economicamente e politicamente per la Somalia. L’influenza sul Corno d’Africa vede oggi la sfrenata competizione tra occidente da un lato e Turchia, Stati membri della Conferenza Islamica e Iran dall’altro. Ankara darà sfoggio del suo attivismo diplomatico a giugno, quando la Turchia ospiterà la “sua” conferenza sulla Somalia. Londra potrebbe aver cercato di giocare d’anticipo, cercando di imporsi come interlocutore affidabile e assicurandosi il sostengo di una rete privilegiata di contatti. Resta da vedere se Ankara saprà offrire sponde più promettenti rispetto a quelle finora presentate dall’occidente.
Tra le potenze decise a uscire dall’ombra spicca anche l’Italia. Il ministro della Difesa Di Paola ha definito il Corno d’Africa il quarto scenario operativo strategico dopo Afghanistan, Libano e Balcani. La Somalia potrebbe rappresentare il trampolino per il rilancio italiano negli affari della regione. Roma è stata rappresentata a Londra dal ministro degli Esteri Giulio Terzi che, mercoledì, nel corso dell’audizione alla Commissione Esteri di Camera e Senato, ha ricordato il legame tra l’Italia e il continente africano. Un trascorso fatto di luci e ombre. Oggi, ha affermato Terzi, esiste una “forte domanda per un ruolo italiano”. E Roma sembra pronta a raccoglie l’invito.
La Conferenza di Londra si è chiusa tra dubbi e entusiasmi. Il destino della transizione è legato ancora ad una innumerevole serie di variabili, sulle quali difficilmente sarà possibile esercitare un controllo. L’offensiva militare contro gli Shabaab è ancora in corso. Cosi come continua l’occupazione del Kenya. Un’operazione che, come scrive The Daily Nation, il quotidiano di punta di Nairobi, “is starting to get stale”. Lo stesso movimento filo-qaedista presenta sempre meno le sembianze di un fronte compatto, essendosi accentuata la frattura tra la frangia estrema jihadista e quella nazionalista, disposta a momenti di apertura. Questi sottomovimenti non potranno esser trascurati se non si vorranno ripetere i pesanti errori del passato.
Del resto l’occidente dovrebbe essersi reso conto che quando i somali hanno gestito da soli i propri affari hanno ottenuto risultati reali. L’hanno fatto con la Repubblica del Somaliland che, da quando si è auto dichiarata indipendente nel 1991, si è rialzata dalle macerie della guerra divenendo il luogo più democratico del Corno. Un sistema che ha tradotto in forza stabilizzante la combinazione di valori tradizionali – l’Islam e la struttura clanica – con le forze moderne del commercio.
La Somalia potrebbe essere il peggiore esempio di failed State, ma è anche vero che la società somala ha vissuto per centinaia di anni senza uno Stato, contando sulla rete clanica, i legami di parentela, l’Islam e le tradizioni. Sembra esser venuto il momento di considerare seriamente questi aspetti, per ogni tentativo che pretenda di trovare una soluzione per i somali più che per la Somalia.
Photo Credit: Foreign and Commonwealth Office / Flickr CC
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Articolo molto interessante e ben strutturato. Congratulazioni!
Grazie Gian Luigi!