22 febbraio 2012
Dopo più di due decenni di silenzio, l’Arabia Saudita ha nominato un suo ambasciatore a Baghdad. L’annuncio, che è stato dato ieri dal ministro degli Esteri iracheno Hoshyar Zebari, riabilita parzialmente i rapporti diplomatici tra i due Paesi dopo la rottura risalente alla lontana guerra del Golfo del 1990.
La decisione di Riyadh arriva con largo ritardo (l’Iraq aveva rinominato un suo ambasciatore nella capitale saudita già nel 2009), ma non si può dire che giunga con scarso tempismo. Mentre la tensione nel Golfo sale pericolosamente e Israele e Stati Uniti si arrovellano per ‘riaccomodare’ il problema Iran, l’Arabia Saudita ha deciso di non volere rimanere alla finestra e ha raccolto la sfida di Teheran sui diversi fronti mediorientali. L’Iraq si è mostrato terreno ideale per il confronto Riyadh-Teheran, uno dei perni più importanti di quella che è stata definita da diversi analisti la Guerra Fredda mediorientale.
Iraq e Arabia Saudita si sono guardati con reciproco sospetto per molti anni. Dopo la rottura diplomatica provocata dall’invasione del Kuwait per mano di Saddam, nel 2003 l’intervento americano provoca un ulteriore peggioramento nelle relazioni tra i due Paesi. A Washington il messaggio arriva forte e chiaro: Riyadh preferisce un dittatore ostile (Saddam) a un governo sciita filo-iraniano. E’ il sito di Assange a svelare i retroscena dell’ostilità saudito-irachena. In un cable del 15 marzo 2009, Wikileaks intercetta una conversazione tra il re Abdullah e il capo consigliere del controterrorismo di Obama, John O. Brennan. Il sovrano saudita si esprime senza mezzi termini: “Non ho fiducia in questo uomo [al-Maliki]”, e aggiunge “è un agente iraniano”.
Il 24 settembre dello stesso anno, l’ambasciatore americano in Iraq Christopher Hill ribadisce la sua preoccupazione per l’influenza crescente che Teheran è in grado di esercitare sul parlamento di Baghdad. Hill esprime anche la convinzione che gli ayatollah iraniani, in caso di fallimento dei loro sforzi politici, sarebbero disposti a fornire sostegno miliare ai militanti sciiti del Paese arabo.
Progressivamente l’Iran si fa spazio nei grandi vuoti di potere iracheni post-conflitto, sia da un punto di vista militare tramite le forze Quds (alcuni alti in grado di questa speciale sezione delle Guardie Rivoluzionarie cominciano ad essere arrestati in territorio iracheno dalla fine del 2006), sia da un punto di vista economico grazie alla conclusione di numerosi contratti energetici e commerciali tra i due Paesi.
Proprio alla luce della pericolosa avanzata iraniana in territorio iracheno, Washington comincia a mandare segnali forti ai suoi alleati arabi nella regione: nominare gli ambasciatori a Baghdad e smettere di finanziare gruppi di opposizione anti-sciiti che potrebbero indebolire la capacità di governo (leggi sovranità) dell’Iraq. Se l’Egitto (quello di Mubarak però) pare essere il Paese più propenso ad esaudire le richieste americane, i sauditi declinano l’invito. Soldi e influenza politica. Queste sono le armi in mano a Riyadh per tentare disperatamente di infierire colpi decisi all’esecutivo di Baghdad.
Il punto di non ritorno delle relazioni tra i due Paesi sembra materializzarsi in Bahrain, in occasione dello scoppio delle proteste della maggioranza sciita contro la minoranza sunnita al governo. Ancora una volta schierati da parti diverse del conflitto, Riyadh dispiega parte del suo hard power, inviando le proprie truppe nel piccolo Stato del Golfo, mentre in Iraq gli sciiti si riversano nelle strade per sostenere l’azione dei dimostranti.
Poi, negli ultimi mesi, le diplomazie irachena e saudita compiono inaspettatamente dei passi di lento riavvicinamento: prima gli incontri per discutere dello scambio di prigionieri e poi l’annuncio di martedì di Zebari, che ufficializza con un tweet che l’ambasciatore saudita in Giordania dovrebbe replicare la sua carica anche a Baghdad, come ‘non residente’ nel Paese. Un passo avanti quindi, anche se molto cauto. Cosa ha convinto Riyadh a compiere questa sterzata nei suoi rapporti diplomatici con uno Stato sciita e per di più filo-iraniano?
L’Arabia Saudita, a lungo solida alleata degli Stati Uniti, subisce da qualche mese le dure conseguenze del ritiro delle truppe americane dall’Iraq. Una decisione mai digerita da Riyadh, che ha percepito l’abbandono di Washington come punto di arrivo di una crisi iniziata con le proteste anti-Mubarak in Egitto. Di fronte al regime change iracheno e ai tentennamenti americani verso l’escalation di tensione del Golfo, Riyadh ha volto lo sguardo altrove: se Washington non da più garanzie alla sicurezza saudita di fronte alla minaccia del nucleare iraniano, alla dinastia sunnita non resta che fare da sola.
Riyadh ha deciso così di accreditarsi come interlocutore alternativo a Teheran in Iraq. Perché il governo di al-Maliki non è certo un burattinaio nelle mani del duo Ahmadinejad-Khamenei. Le posizioni tutto sommato caute di Baghdad nei confronti dell’intricata situazione siriana dimostrano le incertezze strategiche irachene: se da una parte la compagine governativa sciita deve tenere conto delle richieste iraniane per sostenere il regime di Damasco, dall’altra la sconfitta di Assad potrebbe provocare il collasso dello Stato siriano.
I timori di al-Maliki riguardano in particolar modo le infiltrazioni di cellule di al-Qaeda in Siria attraverso il confine con l’Iraq. Washington e Baghdad hanno impiegato diversi anni per arginare la minaccia qaedista nella provincia nord-occidentale di Mosul (al confine con la Siria): gli sforzi delle forze di sicurezza nazionali e statunitensi, che erano riusciti a isolare l’area da flussi di denaro e militanti provenienti dall’esterno, rischiano oggi di andare in fumo. Se al-Qaeda irachena riuscisse a ricollocarsi in Siria, al-Maliki si troverebbe di fronte ad una recrudescenza della resistenza sunnita in chiave anti-sciita. Una minaccia troppo grande per un Paese così instabile come l’Iraq, ma allo stesso tempo un’occasione troppo ghiotta per le speranze saudite di creare una frattura sull’asse Teheran-Baghdad.
La nomina dell’ambasciatore in Iraq può essere dunque interpretata come un forte campanello di allarme (anche se ben accolto) dagli Stati Uniti. Perché dietro alle mosse diplomatiche di Riyadh vi è la volontà precisa dell’Arabia Saudita di alzare il livello dello scontro con l’Iran e di non farsi trovare impreparata al completamento dell’atomica del suo principale nemico.
L’innalzamento del livello d’allerta saudita sarebbe stato confermato anche dalle indiscrezioni recentemente emerse dopo il vertice trilaterale a Islamabad tra Pakistan, Iran e Afghanistan.Il governo pachistano, rigorosamente ‘scortato’ dal Generale Kayani (capo dell’esercito) e dal fedelissimo Pasha (capo dei servizi segreti, ISI), avrebbe concluso un accordo con Ahmadinejad per un’espansione dei rapporti politici e commerciali tra i due Paesi.
Alcuni analisti di intelligence riportano però che durante il meeting i presidenti dell’Iran e del Pakistan avrebbero parlato anche di cooperazione nucleare. Un duro colpo per l’Arabia Saudita, che da decenni porta avanti una partnership strategica con il Pakistan di estrema importanza. Già dai primi anni ’70, l’ex primo ministro pachistano Zulfikar Ali Bhutto cercava finanziamenti sauditi per dotarsi di un deterrente nucleare; in cambio Islamabad garantiva a Ryiadh un ‘ombrello difensivo’ per la sicurezza del Regno. Lo sganciamento del Pakistan dagli Usa e il conseguente avvicinamento dell’elite militare pachistana alle posizioni iraniane hanno inferto un durissimo colpo alle convinzioni saudite.
Bilanciare (o frenare) l’Iran è l’obiettivo politico, e di fronte ai nuovi pericoli le mosse diplomatiche saudite non si sono fatte attendere. Il Regno ha da poco concluso un accordo con il governo cinese, sulla falsa riga di intese precedentemente stipulate con altri Paesi fornitori di tecnologie nucleari come la Francia, l’Argentina e la Corea del Sud. L’occasione per la firma dell’accordo è stato il viaggio del premier cinese Wen Jiabao in Arabia Saudita del mese scorso. Tra le altre cose, i due Stati hanno deciso per il trasferimento a Riyadh della versione cinese del reattore Westinghouse Electric AP1000, il CAP1400.
Alcuni analisti, tra cui Bill Dodson – direttore del Strategic Analysis di Shanghai, hanno sottolineato come questo reattore sia ancora in una fase di testing e sia un tipo di tecnologia (come tutta quella nucleare cinese) che potrebbe essere adatta a due tipi di Paesi: o quelli con poche risorse finanziarie ma con ambizioni nucleari, oppure quelli che non si trovano nelle condizioni politiche per firmare contratti di questo tipo con imprese europee o americane. Riyadh di certo problemi finanziari non ne ha: potrebbe avere quindi ambizioni nucleari e potrebbe riscontrare problemi ad ottenere trasferimenti significativi di tecnologie nucleari ad esempio da Washington, che favorendo una corsa nucleare in Medio Oriente vedrebbe realizzarsi uno dei sui peggiori incubi.
In questa Guerra Fredda mediorientale, l’Iraq non è altro che una pedina nel più grande gioco tra Iran e Arabia Saudita. L’annuncio di Zebari sembra però aver chiarito che per entrambi i contendenti sarà difficile vincere la partita senza vincere Baghdad.
Photo Credit: wikimedia commons
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