14 febbraio 2012
L’Italia ha risposto affermativamente alla richiesta formulata dalla Lega Araba per la composizione di una forza di mantenimento della pace congiunta arabo-ONU da inviare in Siria. L’appoggio di Roma arriva attraverso le parole del Vice Rappresentante Permanente d’Italia presso le Nazioni Unite, Antonio Bernardini: “l’Italia sostiene gli sforzi della Lega Araba tesi a raggiungere una soluzione pacifica e democratica della crisi in corso”. Una presa di posizione espressa già ieri dal capo della Farnesina, il ministro Giulio Terzi, che ha sottolineato la “piena convergenza di vedute” fra il nostro Paese e l’organizzazione con sede al Cairo.
Nelle ultime ore il puzzle siriano si è arricchito di un ulteriore tassello. Dalla riunione di domenica dei rappresentati arabi, infatti, è sorta la proposta di creare una missione per controllare e mantenere il cessate il fuoco a Damasco e nelle città che da giorni sono teatro di scontri al limite del massacro. L’Alto Commissario per i diritti umani al Palazzo di Vetro, Navi Pillay, rivolgendosi all’Assemblea Generale ha parlato di “crimini contro l’umanità” che da marzo 2011 stanno causando enormi perdite umane in Siria (la stima approssimativa è di 5.400 morti). Il rischio, secondo la Pillay, è che il Paese scivoli verso la “guerra civile”.
Dinanzi all’accelerazione araba, Russia e Cina hanno messo il folle. L’emissario di Mosca ha affermato che la proposta giunta dal Cairo è “allo studio” del suo governo, sottolineando però la necessità di ottenere una autorizzazione preventiva “di chi riceve la missione” e di assicurare la cessazione immediata di “tutte” le ostilità. Il riferimento è rivolto all’uccisone da parte dei ribelli e del “Free Syrian Army” (FSA) di alcuni soldati lealisti alle porte di Homs, città assediata dai carri armati e vittima di bombardamenti massici. Due condizioni, quelle poste da Lavrov, che paiono preannunciare un nuovo veto in sede Onu.
Più dimesso è apparso il rappresentante cinese che ha appoggiato la “mediazione” araba, ma ha laconicamente precisato che qualsiasi azione delle Nazioni Unite dovrà favorire il dialogo e non “complicare le cose”.
Se a New York lo stop di Russia e Cina non dice nulla di nuovo, è il fermento a livello internazionale a stringere il cappio intorno al collo di Damasco.
L’Unione europea ieri si è schierata a favore dell’appello arabo attraverso le parole dell’Alto Rappresentante Catherine Ashton, che ha sottolineato l’obiettivo primario di Bruxelles: la fine delle ostilità. Inoltre, per aumentare la pressione, il prossimo 27 febbraio si terrà un Consiglio Affari Esteri per decidere nuove sanzioni contro il regime di Bashar al-Assad.
L’inedito attivismo dell’Unione – che assicura di intrattenere continui contatti sia con le Nazioni Unite che con la Lega Araba – si manifesta anche nella scelta di “Mrs PESC” di partecipare al primo incontro dei “Friends of Syria”. A Tunisi, infatti, si riunirà un gruppo composito – Paesi occidentali, Turchia, Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo e della Lega Araba – al fine di delineare il percorso più adatto per fermare lo spargimento di sangue in Siria e per favorire la transizione. L’iniziativa ricalca quella dei “Friends of Libya” che, in una serie di appuntamenti, ha rappresentato l’agorà diplomatica del fronte anti-Gheddafi.
Il paragone con Tripoli sembra calzare bene anche per le circostanze in cui fu deciso l’intervento militare. L’allora imminente ingresso delle truppe lealiste a Bengasi – aventi il dichiarato obiettivo di “schiacciare i ratti” rivoluzionari – diede l’impulso all’ONU per autorizzare l’utilizzo di “tutti i mezzi necessari” per proteggere i civili. L’assedio che la cittadina di Homs sta vivendo in questi giorni fa pensare che si sia giunti al “momento-Bengasi” della Siria (anche se forse lo si è superato da tempo), in virtù del quale l’intervento internazionale appare l’extrema ratio.
Nonostante l’accresciuto isolamento di Assad, i punti interrogativi restano molti e la situazione siriana resta esplosiva. L’ONU potrebbe subire ancora una volta lo smacco del veto incrociato di Russia e Cina, incassando un ulteriore danno di immagine e trovandosi prigioniera della sua stessa Carta e dell’incapacità di apporvi modifiche. La Lega Araba, d’altro canto, ha acquisito nuovo lustro a livello internazionale, ma ad esso non si accompagna un’uniformità di vedute. Iraq, Libano ed Algeria, infatti, si sono detti sfavorevoli alla proposta.
Sul fronte Ovest regna un attivismo discordante: la Gran Bretagna sottolinea la necessità che dalle fila dell’ipotetica forza di pace debbano essere esclusi gli occidentali, mentre Parigi vede nell’intervento militare una sciagura certa. L’Unione europea fa quel che può e forse prova ad andare oltre, come testimoniato anche dall’incontro in programma nei prossimi giorni tra Catherine Ashton e il Segretario di Stato, Hillary Clinton.
E l’Italia? L’Italia conferma la volontà di fungere da mediatore sullo scacchiere mediorientale. Terzi sottolinea l’identità di vedute con la Lega Araba, non perde occasione per tornare sulla questione siriana (come nell’incontro odierno con l’omologo ceco Karel Schwarzenberg) e sicuramente incoraggia il suo inviato speciale per il Mediterraneo a serrare i ranghi delle fila arabe (Massari ha appena fatto tappa ad Algeri). Infine, prepara l’incontro romano del foro di dialogo “5+5” che molto saprà dire su questo caldo inverno arabo.
Photo credit: wikimedia commons
Scopri di più su: Giulio Terzi | Lega Araba | Levante | ONU | Russia | Siria











