10 febbraio 2012
La Russia che conta è atterrata ieri in Siria. Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov e il capo dei servizi segreti esterni Mikhail Fradkov sono arrivati a Damasco per discutere con i vertici della politica e dell’intelligence siriani della presenza di truppe straniere nel Paese di Assad.
Il tema è di quelli che scottano: il sito open-source di intelligence militare israeliano Debkafile ha svelato infatti che militari qatarini e britannici sarebbero già posizionati in quattro distretti diversi di Homs – la città che più di tutte sta soffrendo dei bombardamenti ordinati dal regime di Assad. Una notizia che, se confermata, solleva non pochi dubbi sui futuri scenari del Paese.
Che i rapporti tra Russia (e Siria) e Qatar fossero sull’orlo di un precipizio si era già capito qualche giorno fa in occasione delle discussioni preliminari alla votazione della bozza di risoluzione della Lega Araba contro Assad in seno al Consiglio di Sicurezza ONU. Il ministro degli Esteri qatarino Hamad bin Jassim bin Jabr aveva ‘coraggiosamente’ richiesto all’ambasciatore russo alle Nazioni Uniti Vitaly Churkin di non usare il potere di veto, pena la perdita dell’appoggio di buona parte del mondo arabo a Mosca. Churkin aveva risposto laconicamente: “Se oserai rivolgerti a me un’altra volta con quel tono puoi essere sicuro che non esisterà più nulla che sia chiamato Qatar”. Un episodio fermamente smentito dal Cremlino, ma che ha suscitato comunque le dure proteste di centinaia di cittadini qatarini, che si sono affollati di fronte all’ambasciata russa a Doha, lamentando la lesa dignità del proprio Paese.
Nel Vecchio Continente i toni dello scontro sono rimasti più bassi, anche se la sostanza è cambiata poco. Londra, per voce del suo ministro degli Esteri William Hague, ha smentito categoricamente una qualsiasi interferenza in Siria. Gli unici strumenti utilizzati dal Regno rimangono quelli diplomatici ed economici, mentre sarebbero esclusi piani di vendita delle armi ai ribelli siriani.
Debkafile rivela un altro retroscena dell’intera vicenda. Le truppe qatarine e britanniche potrebbero essere usate dalla Turchia di Erdogan come porta di ingresso a Homs per nuove forze arabo-turche che andrebbero a rinsaldare le file dei ribelli e che sarebbero protette dalle stesse truppe straniere. Una prospettiva d’intervento suffragata anche dall’ambasciatore turco all’UE, che avvertiva proprio ieri gli amici americani ed europei sull’inefficacia delle sanzioni adottate contro il regime di Assad.
Un annuncio, quello di Ankara, che non stupisce: i tentativi del governo Erdogan di convincere gli alleati occidentali ad intervenire nell’inferno siriano sono stati reiterati e di intensità sempre maggiore. Il prossimo canale diplomatico che Ankara cercherà di sfruttare sarà la visita del ministro degli Esteri turco a Washington prevista per lunedì prossimo. Davutoglu incontrerà il segretario di Stato Hillary Clinton, il segretario della Difesa Leon Panetta e il consigliere per la sicurezza nazionale di Obama Thomas Donilon. Uno dei temi sul tavolo, forse il più importante, sarà una maggiore cooperazione degli Usa con la Turchia sul dossier Siria.
La notizia invece da smentire è quella che rivela che le truppe qatarine e britanniche sarebbero le prime forze straniere a marcare il territorio siriano. La proxy war era già iniziata a Homs, anche se i suoi protagonisti sino ad oggi erano quelli del fronte pro-Assad. Venerdì scorso l’Esercito Libero Siriano aveva diffuso il video della cattura proprio ad Homs di due soldati iraniani appartenenti ai ranghi della Guardia Rivoluzionaria. Le immagini mostravano uno dei due ufficiali (circondato da una quantità non indifferente di armi) ammettere di essere arrivato in Siria per combattere a fianco delle forze lealiste ad Assad, invitando poi l’Ayatollah Khamanei a ritirare le forze persiane dispiegate nel Paese.
La nota interessante di questa vicenda è che pare che questi due soldati siano parte della famigerata divisione Quds dei Corpi della Guardia Rivoluzionaria, ovvero la più leale alla Guida Suprema e quella incaricata di organizzare, equipaggiare, addestrare e finanziare i movimenti rivoluzionari islamici al di fuori dei confini nazionali. Per inciso, la stessa divisione che secondo Seth Jones, autore del recentissimo report pubblicato su Foreign Affairs sulla presenza di Al Qaeda in Iran, sarebbe stata incaricata di ‘guidare’ l’insediamento di qaedisti in territorio iraniano nel 2001.
Dietro alla proxy war siriana si prospetta dunque uno scenario di duro antagonismo tra i due più grandi avversari della regione mediorientale: Iran e Arabia Saudita (quest’ultima sta andando a braccetto con le posizioni qatarine).
Difficile infatti al momento ipotizzare una qualche forma di interventismo occidentale in Siria: le recenti informazioni che arrivano dagli inviati del Daily Star e del Guardian raccontano di prezzi di armi e munizioni alle stelle e il motivo sarebbe (anche) che nessuno vende le armi ai ribelli. In compenso l’Iran (fermo alleato di Assad) ha dispiegato le sue forze: oltre alla divisione Quds, l’Esercito Libero Siriano deve fare fronte anche al lancio di missili Katyushas da parte di Hezbollah. Così sostiene Alaaal-Sheikh, membro dell’esercito ribelli di stanza a Rastan, città della provincia di Homs, che racconta a Micheal Weiss del The Telegraph delle interferenze libanesi nella guerriglia dell’ELS contro le forze di Assad.
Ieri, per l’appunto, l’ultimo capitolo della saga svelato dal Debkafile. I due schieramenti sono già sul campo di battaglia e la bocciatura della risoluzione della Lega Araba è un lontano ricordo. Questa volta le forze dispiegate non sono regolari, come nel caso libico, e le conseguenze per il futuro della Siria potrebbero essere fatali. La partita per la supremazia del Medio Oriente ha trovato un nuovo terreno di battaglia.
Photo Credit: Rafa2010 / Flickr CC












Ciao Elena,
ottimo articolo!
Ho pero’ molti dubbi sul fatto che nessuno venda (o regali) armi ai rivoltosi siriani, dato il sostegno internazionale di cui godono. Ovviamente, questo avverrebbe in modo del tutto segreto, visto che si tratta di una chiara violazione del diritto internazionale. Penso che sia per questo motivo, e anche perche’ l’esercito anti-Assad in effetti ha bisogno di ancora piu’ armi dall’estero, che i rivoltosi lamentano l’insufficienza delle armi a disposizione.
Ciao Marco,
grazie! Anche io ho forti dubbi sul fatto che nessuno stia vendendo le armi all’Esercito Libero Siriano. Diciamo però che, a fronte di mancanza di fonti che testimoniano il contrario, io mi atterrei all’interpretazione secondo cui, se non nessuno, sono in pochi quelli che le stanno vendendo. Il problema secondo me da considerare è che in effetti diverse fonti riportano di questo innalzamento rilevanti del costo delle armi (che trovi specificato nell’articolo de Il Foglio in hyperlink). Io mi ero imbattuta in questo tipo di informazione già mesi fa. E’ chiaro che se ci fosse abbondanza, il prezzo si abbasserebbe.
Non è nemmeno una notizia così stupefacente. Nonostante la retorica occidentale di sostegno ai popoli della cosiddetta primavera araba, anche per l’Egitto era arduo trovare fonti che testimoniassero il finanziamento dei partiti laici a scapito di quelli islamici (la vittoria dei Fratelli Musulmani, ma soprattutto dei salafiti di al-Nour, testimonia questa ‘mancanza’ dell’Occidente, e degli Usa in primis).
E’ un argomento particolarmente stimolante secondo me, che varrebbe la pena approfondire.
Elena