Cina e India firmano l’accordo sulla sovranità del confine conteso

Il 18 gennaio funzionari delle forze armate indiane hanno confermato la notizia secondo cui Repubblica Popolare Cinese e India hanno siglato un accordo con le linee guida per la risoluzione del conflitto di sovranità sul confine comune. Il patto è stato firmato dal Rappresentante Speciale Shivshankar Menon e dal Viceministro cinese agli Affari Esteri Dai Bingguo. L’accordo prevede un meccanismo attraverso cui effettuare riunioni di coordinamento e permettere scambi di informazioni sulla questione della disputa di confine (decennale) tra i due Paesi. Si tratta di un importante passo in avanti nelle relazioni tra Nuova Delhi e Pechino, che segue la riapertura delle relazioni militari avvenuta solo sei mesi addietro.

La disputa riguarda tutto il confine in comune tra i due giganti asiatici. Nel settore ovest, l’area contestata fa parte dell’Aksai Chin, zona a nord-est del distretto del Ladakh nel celebre Stato di Jammu e del Kashmir. L’area è attualmente occupata dalla e rivendicata dall’. L’altra fonte di disaccordo è la regione denominata dai britannici North-East Frontier Agency, oggi corrispondente allo Stato dell’Arunachal Pradesh, attualmente controllata da Nuova Delhi ma rivendicata da Pechino.

La disputa risale al periodo coloniale: il confine orientale tra i due Paesi venne designato nel 1914 da Sir Henry McMahon, con un accordo tra l’allora autorità coloniale britannica e il Tibet (accordo che escludeva la Cina). Sorte opposta toccò al confine occidentale, che venne accordato solo tra britannici e cinesi. India e Cina non reclamarono ufficialmente la propria sovranità sulle regioni contestate sino al 1954. In quella data Pechino invase il Tibet e l’India, di reazione, iniziò la sua contestazione del confine comune, denominato Line of Actual Control (linea di controllo effettivo).

Le tensioni proseguirono negli anni. I due giganti asiatici combatterono una guerra nel 1962 per il controllo delle aree contese: quando il 20 ottobre le truppe cinesi sferrarono un attacco lungo i 3225 km di confine conteso, l’esercito indiano, colto di sorpresa, subì pesantemente il colpo di mano cinese. In meno di un mese l’esercito di Pechino riuscì ad occupare buona parte dell’area contesa e l’esercito indiano non riuscì a frenarne l’avanzata. Il 21 novembre la Cina dichiarò un cessate il fuoco unilaterale, ritirandosi a 20 chilometri dalla LAC in territorio cinese. Da allora la situazione è rimasta sostanzialmente congelata.

Le recenti notizie della ripresa degli scambi militari e dei negoziati rappresenta dunque una sostanziale novità nei rapporti tra i due Paesi, che apre però nuovi interrogativi sulle relazioni tra Pechino e Nuova Delhi, così come sulle scelte strategiche dell’India. Il valore economico delle due aree contese è quasi nullo: si tratta di 130.000 km2 di valli e cime Himalaiane situate tra i 3500 ed i 6000 metri di altezza, difficilmente raggiungibili e poco sfruttabili, popolate da poco più di 60.000 persone. La quasi totale assenza di risorse minerarie compete al ribasso con la poverissima agricoltura di sussistenza e la pastorizia.

Il controllo delle due regioni e del confine mette a dura prova la resistenza degli apparati militari cinese e indiano. Entrambi i Paesi sono costretti a mantenere intere divisioni mobilitate in un’area di difficile controllo: se la logistica su strada è difficoltosa, quella per via aerea è attuata in condizioni di estremo disagio. Solo pochissimi modelli di elicotteri (che hanno oltretutto una capacità di trasporto molto limitata) possono raggiungere i passi situati a 5000 metri di altitudine.

Entrambe potenze economiche emergenti, Pechino e Nuova Delhi hanno però ormai optato per il pragmatismo e stanno spostando il proprio interesse su questioni più rilevanti in termini materiali, mettendo in un angolo parte dell’antico astio.

L’India ha molto da guadagnare da un’eventuale risoluzione pacifica e definitiva della disputa di confine. Potrebbe infatti liberare uomini e mezzi da dislocare in aree in cui ve ne è reale necessità. Buona parte delle divisioni di fanteria che oggi presidiano la LAC potrebbero ad esempio essere utilizzate per spostare la bilancia strategica sul fronte pachistano. Senza contare che la situazione sul confine è oggi molto più favorevole a Pechino che a Nuova Delhi: la decisione di integrare la rete infrastrutturale civile con la rete logistica delle forze armate ha drammaticamente accresciuto la mobilità delle truppe cinesi. Un fattore, questo, decisivo proprio nella regione del Sud Tibet, dove la linea ferroviaria Qinghai-Tibet è in grado di movimentare velocemente le unità militari del distretto di Chengdu verso il confine sino-indiano a differenza di quanto avviene dall’altra parte.

Lo spostamento dei contingenti militari che presidiano la LAC sul confine pakistano permetterebbe a Nuova Delhi di rafforzare la capacità dell’esercito di implementare la Cold Start, nuova dottrina militare studiata dalle forze armate indiane in funzione anti-pachistana. Lo scopo della Cold Start è quello di lanciare un attacco convenzionale contro il Pakistan in risposta ad eventuali aggressioni similari all’attacco contro il parlamento indiano del 2001 o agli hotel Taj Mahal, Trident ed Oberoi del 2008 a Bombai.

Secondo questa dottrina, le truppe indiane dovrebbero essere in grado di mobilitarsi in massimo 48 ore e colpire il Pakistan lungo diverse direttrici, conquistando (prima che la comunità internazionale possa intervenire) obiettivi predeterminati, ma sufficientemente limitati in modo da non fornire a Islamabad la scusa per un’escalation alla guerra nucleare. Secondo fonti non ufficiali del governo indiano, lo scopo sarebbe quello di penetrare per 50-80 km in territorio pachistano e utilizzare il terreno conquistato come merce di scambio in negoziati futuri.

Per implementare questa dottrina l’esercito indiano dovrebbe subire però un profondo ammodernamento logistico e organizzativo. Ad oggi l’esercito indiano manca sia di mezzi sia di risorse e personale per attuare questa strategia. La deficienza non riguarda solamente i mezzi corazzati e l’artiglieria, ma più in generale la mobilità delle divisioni coinvolte, che sono state impostate sino ad oggi per una difesa statica del confine. Vi sono poi due ulteriori problemi: un network logistico considerato primitivo dagli esperti e un’inadeguata manutenzione dei mezzi.

È evidente che la risoluzione della disputa sino-indiana sul confine comune permetterebbe a Nuova Delhi di liberare risorse ingenti per l’attuazione della Cold Start, almeno per quanto riguarda il numero di graduati, di risorse economiche e materiali. Parte delle risorse potrebbe essere dirottata sull’altro fronte che negli ultimi anni ha visto un deciso incremento della competizione tra attori regionali: l’.

Sul controllo del mare, molto più ricco di risorse naturali delle montagne himalaiane e delle linee di comunicazione marittime, si giocherà la partita finale decisiva per gli equilibri tra Pechino e Nuova Delhi. Ma questa è un’altra storia.

Photo Credit: Rajkumar1220/ Flickr CC


25 gennaio 2012

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