Iran Teheran mostra i muscoli ma soffre la crisi.


23 gennaio 2012

Asgar Farhadi e Golshifteh Farahani sono figure emblematiche di un Iran in profonda crisi e dilaniato da forti contraddizioni. Farhadi, noto  e pluripremiato regista iraniano, Farahani giovane ed apprezzata attrice. Il primo è stato vincitore dell’ultimo Golden Globe per il film straniero “A Separation”, censurato in Iran dal regime sciita; la seconda è stata esiliata dal suo Paese natale per “atti non conformi ai dettami islamici”, cioè per aver posato seminuda per una nota rivista francese in segno di protesta contro le restrizioni imposte dalla legge islamica. Entrambi rappresentanti di un Paese corroso al suo interno da un conservatorismo intransigente, da un nepotismo dilagante  e da misure di austerità economica senza precedenti.

Già, perché se da una parte il regime di Teheran cerca di alzare i toni, mostrando i muscoli contro l’Occidente e le sue sanzioni, dall’altra l’intero Paese è alle prese con una crisi economica, valutaria ed industriale, mai sperimentata dai tempi della rivoluzione khomeinista.

Qualcuno avrebbe qualcosa da obiettare su tale affermazione:  l’Iran in crisi? – Impossibile! Il programma nucleare procede, l’apparato militare è ben equipaggiato, il petrolio garantisce introiti economici multimilionari ed il peso regionale dell’Iran non sembra essere scalfito da nessuna minaccia esterna. A ben guardare, la situazione attuale del colosso centroasiatico non sembra però aderire alla fotografia appena tratteggiata.

La proiezione esterna che Teheran cerca di esprimere è completamente antitetica – e per certi versi funzionale – alla drammatica situazione domestica. La (oramai) poco credibile retorica dell’instancabile presidente Ahmadinejad contro gli USA, contro la strategia mediorientale di Washington, contro gli alleati degli americani nella regione e contro il sistema capitalistico tout court  non convince più neanche i più “fedeli” sostenitori del regime iraniano, Chavez e Castro tra tutti. Nel suo recente tour latinoamericano, Mr. President Mahumoud non ha riscosso la stessa eclatante approvazione delle sue precedenti visite, inequivocabile campanello d’allarme di una costante e rapida perdita di consensi anche tra politici del calibro del Presidente venezuelano e del lìder maximo cubano.

La determinata opposizione con l’Occidente e la continua dimostrazione di forza non devono però trarre in inganno: proponendosi come attore “invincibile” e capace di influenzare le dinamiche regionali, il clero sciita cerca di nascondere sotto il tappetto gravi problemi interni. Infatti, il maquillage iranico – ormai da tempo smascherato e dunque ben poco credibile – non pare abbia dato i risultati sperati: la situazione politica, sociale, ma soprattutto economica domestica sembra essere giunta ad un punto di non ritorno. Con un’inflazione in continua crescita e pari a circa il 20%, un rial totalmente svalutato, le sanzioni internazionali che limitano gli investimenti petroliferi ed il nuovo “Obama act” diretto a congelare le attività internazionali della Banca Centrale iraniana, il clima che si respira entro gli oscuri confini iranici non sembra certo essere dei più miti.

La nuova misura adottata lo scorso dicembre dall’amministrazione statunitense (Obama act) prevede penalizzanti misure per quelle istituzioni finanziarie ed economiche che intrattengono rapporti commerciali con l’intermediazione della Banca Centrale iraniana. In altre parole, l’acquisto del greggio – voce primaria del bilancio iranico – non potrà più essere mediato dall’istituzione finanziaria di Teheran, ma dovrà passare attraverso altri canali (molto più tortuosi). Cina ed India, che al momento pare non possano fare a meno del petrolio iraniano, hanno già escogitato una valida via alternativa per aggirare l’elefantiaca burocrazia e la lentezza dei pagamenti. Pechino baratta manufatti ed attrezzature meccaniche con il petrolio, Nuova Delhi paga il greggio tramite la mediazione di una banca turca.

Qualcuno potrebbe pure interpretare la legge appena varata dal Congresso USA come un preliminare atto di guerra, una manovra diretta a contrarre il peso politico del Paese centroasiatico con l’obiettivo di indurlo a più miti consigli.

Allarghiamo per un attimo il focus di riferimento dallo scenario regionale a quello internazionale. I Paesi europei, nonostante la travolgente crisi economica, continuano ad accrescere le loro spese militari, gli lanciano ambiziosi programmi tecnologici (come ad esempio il nuovo sorprendente F-24), i regimi arabi continuano a ingrossare le fila dei propri eserciti ed Israele ha già più volte dichiarato – forse più propagandisticamente che concretamente – la sua intenzione di attaccare l’Iran in caso di minaccia alla propria sicurezza.

Washington continua il suo monitoraggio del territorio iraniano (invadendo lo spazio aereo di un Paese terzo) con i suoi droni; la V flotta ha recentemente effettuato delle manovre militari con la marina di stanza nel Pacifico accorsa nel Golfo per l’occasione; chimici e scienziati nucleari iraniani spariscono o muoiono misteriosamente; Israele continua il suo pressing per risolvere il problema del programma atomico iranico; l’Europa studia nuove sanzioni economiche per boicottare l’acquisto del petrolio dall’Iran; Cina e Russia si barcamenano tra equilibrismi politici e necessità economiche. Un fosco scenario, dunque, sembra per il momento caratterizzare l’intera regione.

Un’opzione militare convenzionale – invasione, bombardamenti e combattimenti terrestri – sembra essere un’ipotesi del tutto remota e realisticamente non percorribile. Covert actions come quelle in atto da diversi mesi però potrebbero comunque provocare un irrigidimento del clero sciita, già fiaccato dalla urgente crisi interna, e probabilmente un’accelerata al proprio programma nucleare, innalzando ulteriormente la temperatura politica dell’intera area molto sensibile a qualsiasi minimo mutamento.

Mentre la volatile regione del Golfo Persico  attraversa  uno dei suoi peggiori momenti, Teheran e Washington affilano le unghie e si preparano allo scontro finale.




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