Piazza tahrir


9 gennaio 2012

La fittissima trama di eventi e di avvenimenti del 2011 ha radicalmente mutato le instabili dinamiche geopolitiche magrebine e mediorientali. L’anno appena concluso sarà indubbiamente identificato con il fenomeno della Primavera Araba, un momento catalizzatore delle proteste e moltiplicatore delle richieste di popolazioni, quelle arabe, da anni sottomesse a dittature violente e repressive. Il termine sembra ormai riduttivo, considerato che le tracce lasciate dal “vento rivoluzionario”  della scorsa primavera sono tutt’oggi nette ed ancora in evoluzione.

Iniziato in Tunisia nel dicembre 2010, lo tsunami rivoluzionario si è abbattuto con tutta la sua forza nei Paesi limitrofi, Libia ed Egitto fra tutti, non risparmiando, lungo il suo tragitto, Paesi definiti più stabili come Marocco ed Algeria. Come in una tempesta tropicale, il vento del cambiamento si è spostato rapidamente dal tormentato Maghreb anche in Medio Oriente, facendo vacillare con il suo impeto le traballanti monarchie arabe. Bahrein, Siria, Libano, Arabia Saudita, Iraq e Yemen, investiti dalla bufera dall’afflato popolare, hanno dovuto intervenire tempestivamente per evitare il “contagio” democratico, potenzialmente capace di far detonare i labili equilibri politici regionali.

Se Riyadh, Baghdad e Beirut sono riuscite ad arginare le proteste delle piazze tramite concessioni politiche e riforme strutturali, sorte diametralmente opposta è toccata a Damasco e Manama. Sia la Repubblica araba siriana – governata quasi monarchicamente dalla famiglia alawita degli Assad – che la Corona sunnita del Bahrein hanno risposto alle manifestazioni dei propri indifesi cittadini con la forza, incuranti dei richiami dei maggiori organi sovranazionali e degli aut aut dei principali attori dell’area.

Già, perché il 2011 ha visto anche l’affermarsi (o il riaffermarsi?) di nuovi interlocutori regionali: Iran e Turchia. Favoriti dalla crescente instabilità politica in tutta la regione e dal progressivo sganciamento statunitense, Teheran e Ankara hanno affinato e rinvigorito i propri strumenti persuasivi, divenendo i nuovi attori di riferimento.

Forte della sua terza rielezione, il premier turco non si è astenuto dal criticare duramente il comportamento del leader siriano Assad, indirizzandogli pungenti intimidazioni con l’obiettivo di dissuaderlo dal proseguire lungo il sentiero dell’intransigenza e della repressione intrapreso dalla famiglia alawita.

Il 2011 non è certo stato un anno felice per il presidente Assad. Oltre alla ruvida ed imbarazzante “moral suasion” anatolica, un altro elemento ha rischiato di indebolire ulteriormente il già precario posizionamento regionale siriano: il progressivo allontanamento di Teheran da Damasco.

Valido e sicuro alleato dalla “famiglia regnante” il clero sciita, soprattutto nella seconda metà dell’anno, pare abbia iniziato un lento ma costante sganciamento dalla Siria, non essendo più disposto a tollerare i capricci e le inflessibilità del piccolo alleato arabo. Se a tutto ciò si aggiunge l’intenzione, oramai non più velata, del clero sciita di procedere speditamente verso l’acquisizione di una concreta capacità nucleare, ben si comprende come il 2011 sia stato per l’intero Medio Oriente un anno spartiacque tra le vecchie e rodate alleanze ed un nuovo sistema politico caratterizzato da un riallineamento dell’intera impalcatura securitaria regionale.

Cosa dobbiamo, dunque, aspettarci dal 2012? Quale sarà il più plausibile scenario del nuovo squassato Medio Oriente? Un Iraq finalmente autonomo ed indipendente sia politicamente che militarmente potrà in futuro rendere più stabile l’intera regione? Ed ancora, che ne sarà dello Yemen: riuscirà a risorgere dalle sue stesse ceneri oppure collasserà, accrescendo l’instabilità della penisola araba?

Quello che per ora sembra essere certo è che qualsiasi mutamento economico e qualsivoglia intervento politico capace di incidere sugli equilibri di forza regionali sarà, con molte probabilità, guidato da Ankara e da Teheran.

Con Washington in affanno, i Paesi europei alle prese con una crisi monetaria mai sperimentata prima, i margini di manovra iraniani e turchi nella regione sembrano destinati ad aumentare. Unico attore capace di limitare l’espansionismo iranico ed anatolico pare essere la Cina, fortemente interessata a difendere i suoi approvvigionamenti energetici mediorientali. Che il 2012 sia l’anno di Pechino nel Medio Oriente?