9 gennaio 2012
2011, arriva la prosperità? Un anno fa il NYT scriveva che sarebbe stato l’anno della svolta: dalla ripresa della crescita al ritorno della prosperità. Il centro studi dell’Allianz aggiungeva che l’Europa sarebbe stata trainata da una crescita record in Germania e che “nessuna delle tre più grandi economie dell’area euro rischiava la recessione – nemmeno l’Italia”.
In ogni vicolo. Il 2011 dell’economia si è dimostrato assai diverso. L’instabilità geopolitica in Medio Oriente, oggi come al tempo dell’avanzata ottomana, influenza non poco le strategie d’investimento al di qua del Mediterraneo. Prendendo a prestito un termine coniato da Gheddafi, nel 2011 lo stallo economico è ormai “zanga zanga”: in ogni vicolo. La ripresa dei consumi non si è materializzata, e con ciò è rallentata anche la crescita delle locomotive di Asia, America ed Europa. È successo quello che ancora in aprile l’IMF dava per scongiurato: il double-dip o, detto volgarmente, la recessione che colpisce due volte.
Ottima idea, pessime conseguenze. In maggio la neonata Autorità Bancaria Europea ha condotto degli stress test sullo stato patrimoniale delle banche del vecchio continente, evidenziando come, in caso di crisi, 9 banche su 91 non avrebbero superato la soglia minima. La necessità di maggiore trasparenza era evidente, ma il test non ha convinto i mercati: i parametri prevedevano, ad esempio, la cancellazione di solo il 25% del debito greco – mentre nella realtà un’altra crisi lo vedrebbe cancellare molto di più. Lo stress test ha invece generato una corsa al primato patrimoniale: per arginare le perdite in borsa e ristabilire la fiducia degli investitori spaventati da piani di sostanziose ricapitalizzazioni, banche quali BNP Paribas e Deutsche hanno tagliato l’esposizione sui btp italiani rispettivamente del 40% e del 90% - ossia 20 miliardi in pochi mesi – generando, a fronte di ingenti perdite per le stesse, la crisi debitoria e di governo in Italia e l’allontanamento dell’intero continente dalla ripresa.
Batti Lei? “Se l’Italia va a fondo porta giù tutti” era il motto ‘merkoziano’ di fine novembre. Eppure il duo franco-tedesco stenta ancora ad avere una visione d’insieme dell’Unione, che dichiari finita la fase dei “compiti per casa” e che celebri l’inizio di un nuovo corso, che riduca le incertezze e ristabilisca la fiducia di mercati, aziende e persone. Questo “dilemma del prigioniero” non si ferma però al caso europeo. Coinvolge le strategie d’oltreoceano, i capitali “parcheggiati” in Asia e persino le risorse del Medio Oriente e dell’Africa. Non è possibile pensare che ci sia un primo battitore, serve una battuta collettiva, unisona ed energetica: è questo – e non la mancata soluzione della crisi greca – il vero fallimento del G-20 di Cannes.
Se l’utilizzatore finale non spende, paga la periferia. Nell’anno del sorpasso del PIL cinese sugli USA (in termini di parità di potere d’acquisto), il Dragone guida la schiera delle economie in riserva: nonostante una crescita del 9,1%, inflazione, bolla edilizia ed indebitamento di aziende e governi locali si sommano alla prima bilancia commerciale in rosso da quasi 20 anni. Asia e Africa rallentano, mentre Argentina e Brasile ricominciano a parlare di stagflazione. Le periferie pagano il calo della domanda, la riduzione degli investimenti esteri e la fuoriuscita frettolosa di capitali per arginare la crisi bancaria europea.
2012, apocalisse o rivelazione? Nel 2009 la maggior parte della recessione fu assorbita dalle economie più ricche. Il secondo “colpo” sembra voler invertire la tendenza, dimostrandosi spietatamente globale. Il 2012 vedrà inizialmente aumentare l’instabilità finanziaria e stagnare i consumi. Un giorno particolarmente piovoso l’oro supererà la soglia dei 2500 $/oz, e le profezie new age sembreranno più plausibili che mai. Quest’apocalisse nasconderà però una “rivelazione”: la fine del capitalismo? Limitiamoci a predire che la crescita ripartirà, e che il primo sole del 2013 ci scoprirà pieni di ritrovato ottimismo.
Photo credit: epSos.de flickr CC
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