Lo scorso 3 ottobre, durante il consesso che riuniva i ministri dell’Ecofin e le autorità governative di Atene in occasione dell’indagine che avrebbe dovuto portare allo sblocco della sesta tranche di aiuti alla Grecia, si è certificata l’incapacità del Paese ellenico a rispettare gli obiettivi sul deficit concordati per la fine del 2012. Il ministro delle finanze greche Venizelos ha dichiarato che ciò avverrà nonostante le autorità greche abbiano fatto tutto il possibile per onorare la promessa fatta alla troika e all’Ecofin al momento della stipula del patto firmato il 21 luglio scorso.
Tunnel greco
È evidente che la cura dimagrante che le autorità greche hanno coraggiosamente attuato negli ultimi due anni non è bastata ad aprire lo spiraglio del risanamento di breve e medio termine. Nonostante tre mesi fa sia stato confermato il rafforzamento dell’Efsf (Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria) e malgrado la Bce si stia adoperando come compratore del debito greco, il fatto che la prova del fallimento sia effettivamente arrivata impone una riflessione molto più complessa del previsto.
Migliaia di licenziamenti nel settore pubblico, drastico taglio di stipendi e pensioni statali, liberalizzazioni e privatizzazioni su professioni e servizi pubblici, soppressione delle province e di centinaia di municipi e da ultimo drastico abbattimento a 5000 euro della cosiddetta minimum tax per accedere all’esenzione fiscale. Queste sono solo alcune delle misure “lacrime e sangue” che la Troika ha imposto al governo greco. Ciononostante la situazione economica seguita a languire. Anzi, parallelamente una pericolosa crisi sociale va aggravandosi, dolorosamente fotografata nell’immagine quotidiana di migliaia di greci che scendono in piazza, occupando sedi ministeriali e bruciando per protesta i simboli della fiscalità nazionale.
Una soluzione difficile. Dentro o fuori?
In un Paese europeo fenomeni di questo genere sono segnali che impongono alle pubbliche autorità, agli economisti e agli analisti su scala europea ed internazionale riflessioni molto delicate. Allo stato attuale il problema di fondo è articolato in una costellazione di domande. Le più emblematiche sono così sintetizzabili: la Grecia deve rimanere nell’eurozona? Vale davvero la pena di spremere un fisico già consunto per cercar di restituire alla sua economia un tenore simile a quello degli altri Paesi dell’area euro?
Questi interrogativi suggeriscono di inquadrare la situazione nel panorama più esteso della crisi del debito. E’ vero che è interesse di tutti prevenire il fallimento di un intero Paese, ma è altresì troppo facile sostenere il mantenimento della Grecia nell’Eurozona se non si analizzano da vicino i risultati di tale soluzione in termini di vincitori e vinti.
L’accordo di luglio
La strategia scaturita dall’accordo ECOFIN del 21 luglio scorso promuoveva proprio l’obiettivo di salvare Atene dal fallimento, promettendo di mantenere la Grecia nella zona euro. Ciò sarebbe avvenuto in primo luogo grazie al risanamento interno prescritto con ricetta inderogabile da Ue, Bce ed FMI, ed in secondo luogo attraverso l’azione di garanzia dell’Efsf.
A partire da luglio il fondo europeo è stato potenziato con 109 miliardi di euro ed è stato predisposto per rilevare le montagne di debito greco. L’obiettivo era tutelare le banche creditrici, affinché i loro titoli pubblici di piazza Syntagma non si convertissero in carta straccia. Nel frattempo a “garantire” il debito greco nei riguardi di banche francesi, tedesche, belghe ed italiane ci ha pensato generosamente la Bce, con la sua opera di acquisto e repulisti di buoni del tesoro greco da rimettere sul mercato con rating impeccabile.
Questa strategia “solidaristica” – estesa peraltro anche ad altri Stati sottoposti a stress inenarrabili sui conti pubblici come Portogallo, Spagna ed Italia – è stata mal digerita dalla “combriccola” dei conti in ordine, capeggiata dalla compagine tedesca. Alla corte della Merkel la metabolizzazione della missione di salvataggio s’è rivelata sofferta a tal punto da suscitare il 9 settembre scorso le dimissioni indignate di Juergen Stark, membro tedesco del Board BCE e difensore del rigorismo economico in stile Bundesbank.
Il rischio contagio
Malgrado i malumori latenti, i propositi di salvataggio della Grecia hanno finito per prevalere. Tutto ciò non soltanto per salvare dall’oblio il Paese, ma soprattutto per prevenire un contagio sistemico dell’intera economia europea e mondiale. Paesi come l’Italia e la Spagna, ai quali un livello di crescita economica irrisorio non consente distrazioni sul debito pubblico, si erano infatti trovate nel corso dell’estate spaventosamente equiparate alla Grecia in fatto di garanzie di solvibilità.
Man mano che andavano diffondendosi i timori che l’Euro avesse irrimediabilmente imboccato la strada dell’indebolimento cronico, il 16 dicembre il Segretario di Stato al Tesoro americano Thimothy Geithner, con l’esplicito obiettivo di placare ogni dubbio, tuonava all’ECOFIN informale di Wroclav «salvate la Grecia ed aumentate le capacità dell’Efsf»; ovvero, allargate la scialuppa di salvataggio anche per l’Italia, in modo che i mercati mondiali non abbiano la sensazione che l’Euro rischi di finire gambe all’aria.
La replica dei rappresentanti europei non ha mancato di riconoscere la fondatezza dell’allarme che maturava alla Casa Bianca, tanto che la strategia dell’intervento salvifico della Bce decisa in luglio è stata confermata definitivamente.
Banche e fondi sovrani
Per capire realmente l’entità della posta in gioco non si possono trascurare quelle che sono le condizioni con le quali si sta portando avanti il progetto di “salvataggio” della Grecia. Voci estremamente autorevoli dalle righe del New York Times, della Repubblica, di Voxeu.org hanno richiamato l’attenzione su quanto il gigantesco progetto di finanziamento del debito greco sia da una parte estremamente rassicurante per le banche creditrici e per i grandi speculatori, e dall’altra sia penalizzante per i contribuenti europei oltre che per i greci stessi.
In primo luogo le banche. Mentre l’economia e la società greca s’impoveriscono a ritmi mostruosi a causa della svalutazione costante di prezzi e salari, secondo i termini di garanzia del piano concordato a luglio, gli istituti hanno avuto la solida garanzia di ottenere perdite molto limitate – dell’ordine del 21% – per investimenti che si sono rilevati fallimentari – quelli sui titoli del tesoro greci – perché, come ricorda Harald Hau, mal allocati nei portafogli per loro stessa colpa. Il tutto a spese dei contribuenti europei, che sono i titolari ultimi dell’ammontare delle somme che confluiscono nell’Efsf.
In secondo luogo, in base alle condizioni fin qui concordate secondo il progetto di “ristrutturazione ordinata” del debito greco, a fine ottobre sarà possibile scambiare azioni del tesoro greco a breve scadenza acquistate oggi al valore di 36 centesimi per ogni euro di valore nominale, con azioni a più lungo termine del valore di 70 centesimi. È evidente che si è finiti per rendere l’operazione di ristrutturazione del debito greco un gigantesco affare per i pirati della nuova finanza, che nell’arco di un mese potranno veder raddoppiare il valore del capitale investito.
E’ dunque realmente opportuno ampliare il fondo di sostegno ed affidarsi alla facile rassicurazione fornita dai molti miliardi dei contribuenti europei?
Crisi bancaria e rischio sistemico
Quale potrebbe essere l’alternativa allo stato attuale delle cose?
In prima battuta va sottolineato che l’Efsf non è ancora attivo. Esso deve infatti essere ratificato dai parlamenti di Slovacchia ed Olanda; ratifica che non avverrà prima della fine di ottobre. Ciò contribuisce ad offuscare il panorama delle tutele sul medio periodo del debito greco, gettando una luce sinistra sulle passività e sulla redditività delle banche europee.
La massiccia esposizione verso il canceroso debito della Grecia è già costata il downgrading di Credit Agricole e Sociéte Generale, oltre che l’outlook negativo per Bnp Paribas. Anche Deutsche Bank ha denunciato l’incapacità di centrare gli obiettivi di ricapitalizzazione previsti per la fine del 2011.
L’entità della crisi bancaria complica inestimabilmente il paniere delle scelte a disposizione delle autorità europee, poiché la Bce oltre che trovarsi costretta a proseguire il programma di ripristino dalle macerie del debito greco si trova obbligata a promettere garanzie e sostegno alle banche europee, pena l’esplosione – tutt’altro che improbabile – di un “credit crunch” paragonabile a quello esploso negli Stati Uniti in seguito al crack di Lehman Brothers.
Un enigma irrisolvibile
Come qualsiasi economista ricorda, senza la crescita economica non è possibile risalire i vincoli del debito pubblico.Ma per stimolare la crescita è indispensabile dare ossigeno alle banche, creando però altro debito. È questo l’enigma a cui le istituzioni europee cercano di dare una soluzione, sperando di alterarne il circolo vizioso. Tuttavia, poiché alla base dell’agire della Bce permane una politica di alti tassi d’interesse, «ostinatamente deflazionista» – come la definisce Krugman – man mano che si procede diviene sempre più chiaro che il rompicapo non è risolvibile senza lacerazioni da una parte o dall’altra.
Il debito pubblico di Atene “vale troppo” perché la povera economia greca possa risanarlo con le potenzialità economiche di cui dispone. Per provare a lenire le sofferenze patite dalla popolazione greca il monte dei titoli debitori andrebbe svalutato ancor più drasticamente, magari con una uscita temporanea della Grecia dall’Euro, come suggerisce il premio Nobel Michael Spence. Tale scelta permetterebbe alle autorità di assumere una politica di austerity «penalizzante, ma non massacrante», tale da allontanare il pericolo di una vera e propria rivolta sociale.
Tuttavia, l’ostacolo ad una sterzata in tale direzione restano le banche: è facile immaginare una svalutazione dei titoli greci detenuti che vada ben oltre il 21% e molte banche probabilmente non la sopporterebbero, finendo per causare il terremoto del credito.
Eurobonds o Tobin Tax?
Il problema ora è limitare i danni dall’una o dall’altra parte; sacrificare i portafogli delle banche o continuare a spremere i cittadini?
In molti si sono impegnati a sottolineare che l’unica via d’uscita che prometta di ottenere risultati apprezzabili nel lungo termine è l’introduzione degli eurobonds, peraltro promossi recentemente dallo stesso Barroso, che costituirebbero degli investimenti sottoscritti dall’UE sui debiti dei Paesi membri. Allo stesso tempo altri riconoscono che tale strumento non è funzionale alla fisiologia dell’Unione così come concepita attualmente dagli attori del Consiglio europeo.
Altra soluzione paventate da molti economisti è quella di tassare le transazioni finanziarie per ricavarne risorse spendibili per il risanamento. La cosiddetta Tobin tax consisterebbe in una tassa dello 0,1% sulle transazioni in titoli azionari ed obbligazionari (bond e mercati valutari esclusi) ed una dello 0,01% sulle transazioni in derivati. Secondo i calcoli del Wifo una tassa di questa entità genererebbe profitti extra oscillanti tra i 30 ed i 57 miliardi. Naturalmente si tratterebbe di un aiuto utile, seppur in misura limitata se si pensa alle esigenze di risanamento complessive dell’Europa.
Difficili conclusioni
La partita è aperta. Mentre tutti attendono il battesimo definitivo dell’Efsf per testare la sua capacità di contenimento, un lungo periodo di profonda recessione si avvicina minaccioso. Un primo dato certo è che i greci sono stati ormai designati come le vittime destinate ad espiare anni di ipocrisie e malgoverno delle “famiglie” che si sono trasmesse ereditariamente le amministrazioni pubbliche ad Atene. D’altra parte i banchieri, che erano rimasti appagati dagli accordi di luglio, constatano che al momento i sacrifici dei greci non bastano ad arginare una voragine debitoria in rapido allargamento.
La manovra da azionare non sarà unica, ma dovrà agire su banche e contribuenti con misure asimmetriche, recidendo il mortale meccanismo in atto: “mors tua, vita mea”.
Secondo logica, le ragioni che prevedono la fuoriuscita controllata di Atene dall’area euro implicano che la decisione sia corredata da un accordo di tutti gli attori finanziari internazionali in gioco. Per far sì che con nuovi ratios di scambio si limitino le perdite derivanti dall’esordio nei portafogli di mezzo mondo di una nuova moneta greca dal valore estremamente limitato. D’altra parte molte banche andranno ricapitalizzate o ristrutturate quanto prima in modo coordinato nei diversi paesi dell’UE, previa attuazione di stress test che simulino anche il fallimento definitivo della Grecia e di altri formidabili debitori come l’Italia ed il Portogallo.
Ad Atene ogni giorno nuovi giovani partono in cerca di un futuro e porzioni crescenti della classe media cercano nei pressi dei cassonetti oggetti utili da riciclare per la casa.
È venuto il momento di chiedersi se tutta questa miseria valga veramente una delle stelle iscritte nella moneta unica.
Photo Credit: Ed Yourdon/ Flickr CC
8 ottobre 2011
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