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18 luglio 2011

Il Presidente abbandona il tavolo spazientito; non si trova l’accordo tra la Casa Bianca democratica e l’irriducibile maggioranza repubblicana al Congresso. Questa scena è familiare. Dove l’avevamo già vista? Episodi 7 e 8 della quinta serie di West Wing – il famoso telefilm che narrava le vicende dell’immaginario Presidente democratico Jed Bartlet e del suo staff. Può sembrare un piccolo e irrilevante paragone, ma in buona sostanza le ragioni del contendere nel telefilm americano sono le stesse della realtà di oggi, a dimostrazione di quanto il dibattito sul budget sia ormai radicato e incentrato da anni sulle stesse questioni: tagli alla spesa pubblica (pensioni e assistenza sanitaria ma non alla difesa) e riduzioni delle tasse.

Il debito ha ormai quasi raggiunto il suo limite prefissato dalla legge: 14.3 mila miliardi di dollari. Una parte sostanziale (circa il 10%) è posseduta dalla Cina che ha prontamente ricordato agli Stati Uniti la necessità assoluta di un accordo entro il 2 agosto. Secondo tanti commentatori il debito è ormai un problema di “national security” e di indebolimento. Forse anche per questo Obama ha furbescamente incontrato il Dalai Lama proprio in questo momento: un’affermazione di forza e “indipendenza” che sarà piaciuta all’elettorato.

Ma il problema non è rappresentato da quel 10% in mano ai cinesi (che possiedono debito americano non per interessi speculativi ma per scopi di potenza). Il 25% del debito è ripartito tra i Fondi della Social Security e delle pensioni del Servizio Civile e Militare. In poche parole l’eventuale default metterebbe in ginocchio pensionati e veterani. E c’è di più: la fetta più grande, il 40%, è posseduto da singoli privati. C’è poi da aggiungere che l’indebitamento delle famiglie per i mutui è pari all’80% del Pil, più un 20-25% che proviene dai debiti per il credito al consumo. Il mix di e privato è un mix esplosivo; il default potrebbe scatenare un effetto domino realmente “apocalittico”. Non a caso, il Presidente Obama ha utilizzato la cara vecchia terminologia rubata dal cinema holliwoodiano (“economic armageddon”) per spiegare la criticità della situazione al suo pubblico.

In questi giorni ha poi avuto ampio risalto il caso del Minnesota, arrivato allo “shutdown”: 24 mila dipendenti in “vacanza forzata” e finanze disastrate. Il governatore democratico Mark Dayton, eletto un anno fa, non è stato in grado di trovare un accordo con i repubblicani. La colpa ricadrà su di lui o sui venti anni di governo repubblicano tutto basato su tagli alle tasse ed annessi tagli al welfare? Un accordo di massima per uscire dallo shutdown è stato trovato con tagli alla spesa ma senza aumento delle tasse (che Dayton voleva aumentare per la fascia del 2% più ricco della popolazione). Nel frattempo l’ex-governatore dello Stato è in corsa per le primarie repubblicane.

La situazione diventa sempre più drammatica e le soluzioni sono poche: due all’apparenza.

La prima è che Repubblicani e Democratici si mettano d’accordo su un mix di tagli a programmi sociali e innalzamento delle tasse. Obama si è detto disponibile a un piano che prevede più tagli ai programmi sociali ma anche nuove tasse , seguendo un mix ben visto pure dall’elettorato conservatore (almeno secondo quanto riportato dai sondaggi  Gallup). I Repubblicani non cedono sul taglio delle tasse anche perché ben consci del fatto che dal 2013 scadranno i tagli fiscali di Bush: Obama non li rinnoverà, come ha sempre fatto in passato, e il GOP non è disposto a concedere ulteriori aumenti alle tasse. I fantomatici benefici dell’abbassamento delle imposte ipotizzati da Laffer (e derisi da molti), sono diventati parte irrinunciabile della filosofia politico-economica repubblicana dai tempi di Reagan. Conta poco ricordare che le tasse non sono mai state così basse dal 1958.

Eugene Robinson del Washington Post ha commentato così le richieste repubblicane: “Either they could give up their patently unfair and unreasonable demand that a deficit-reduction deal include absolutely no new revenue; or they could give up their equally absurd demand that any increase in the debt ceiling be accompanied, dollar for dollar, by budget cuts. That second option would necessarily mean only a modest hike in the ceiling”.

La seconda soluzione è che il Congresso innalzi il limite legale del debito (i famosi 14.3 mila miliardi) oltre il quale il Tesoro non è tenuto ad emettere titoli di Stato per rifinanziare le casse. Una parte dei Repubblicani (sempre più divisi) sembrano muoversi verso questa ipotesi. Sul tavolo c’è una proposta del senatore McConnell che cerca una soluzione per salvare la faccia: i repubblicani sanno ormai che il 48% degli elettori darebbe la colpa a loro nel caso di default (mentre solo il 34% accuserebbe l’amministrazione Obama). Aumentando il tetto del debito, i repubblicani potrebbero poi far ricadere la colpa su Obama durante la campagna elettorale. L’obiettivo dichiarato di McConnell è, infatti, quello di non danneggiare i Repubblicani e di evitare la rielezione di Obama. Una strategia improntata su interessi politici e non generali.

In questa lunga battaglia iniziata già mesi fa quando si è rischiato lo shutdown federale, i democratici hanno dimostrato l’intenzione responsabile di venire a patti, rovinando in primis le loro stesse politiche. I repubblicani hanno invece eretto un muro di fronte al quale lo stesso Obama ha lasciato il tavolo negoziale la settimana scorsa “I’ve reached my limit. This may bring my presidency down, but I will not yield on this”.

Il Presidente ha ragione sui rischi che sta prendendo: due mesi fa lo avevo dato vincente nel 2012 dopo l’uccisione di Bin Laden, ragionando secondo paradigmi da guerra fredda, dove le presidenze si giocavano sui successi di politica estera. In realtà il resto del globo conta ormai poco per gli americani; gli Stati Uniti tendono all’isolazionismo e a concentrarsi su tematiche interne. L’economia rischia il collasso.

Tuttavia dei vecchi paradigmi rimane qualcosa in questa lunga lotta tra democratici e repubblicani: si tratta di una vera e propria brinkmanship – secondo l’espressione coniata da John Foster Dulles durante la guerra fredda- ossia una gara di resistenza dove si porta l’avversario sino all’orlo del precipizio, come in una mano di poker dove si arriva a giocarsi tutto. Chi è disposto ad arrivare sull’orlo del burrone in questo chicken-game? I Repubblicani hanno messo sul tavolo la loro ideologia e l’intenzione di sbarazzarsi dei democratici alla casa bianca a tutti i costi; Obama, a voler trovare una soluzione condivisa, si gioca la sua rielezione. Nel frattempo gli americani vedono il burrone sempre più vicino.

 

Photo credit: Peter Souza wikipedia commons