Alessandro Colombo mRI


10 dicembre 2010

In occasione del suo intervento presso la Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, mRI ha incontrato Alessandro Colombo, professore di Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Milano e direttore dell’Osservatorio “Sicurezza e Studi Strategici” all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

L’intervista si è concentrata su aspetti trattati da Colombo nei suoi due libri più recenti, “La guerra ineguale. Pace e violenza nel tramonto della società internazionale” e “La disunità del mondo. Dopo il secolo globale”. In entrambi si può notare come il discorso dell’autore ruoti tutto intorno ad un “trittico” di idee-chiave: spazio – ordine – potere, anche se nel primo libro queste categorie sono collegate ad una riflessione sul ruolo delle norme mentre nel secondo libro ciò che viene preso in considerazione è la statualità nelle sue manifestazioni e contraddizioni.

“La guerra ineguale” offre una prospettiva di analisi sulla genesi, lo sviluppo e la crisi attuale della società internazionale partendo dall’osservazione di come evolve il fenomeno bellico. Nel libro Colombo adotta la definizione clausewitziana di guerra come “camaleonte” la cui natura cangiante dipende dal mutamento degli elementi che ne determinano la forma. Come sia possibile una forma della guerra in grado di limitare la violenza in un sistema internazionale anarchico è la domanda di fondo del libro. La guerra in forma era possibile  nell’ambito di una società internazionale basata su regole condivise di convivenza interstatuale. Il soggetto statuale, dotato del monopolio legittimo dell’uso della forza, agisce così come soggetto ordinante l’anarchia del sistema internazionale. Il superamento della guerra in forma è espressione del processo di erosione della sovranità statuale determinato dalla diffusione di organizzazioni sovranazionali basate su principi universalistici e dall’emergere di nuovi soggetti portatori alternativi di violenza. Le guerre asimmetriche che caratterizzano lo scenario internazionale attuale sono lo specchio del tramonto della società internazionale, della crisi dei soggetti statuali, del diritto internazionale, e da un uso crescente di una violenza illimitata resa possibile anche dal progresso tecnologico militare.

“La disunità del mondo” apre con una premessa che in parte riprende una delle tematiche trattate in “La guerra ineguale”, ossia il radicamento spaziale di ogni tipo di forma politica ordinata o di fenomeno politico riconducibile ad un ordine. Molte della considerazioni di Colombo, oltre ad ispirarsi palesemente al pensiero schmittiano, ricordano i risultati a cui è pervenuto in anni più recenti Barry Buzan, soprattutto per quanto riguarda la rilevanza, nelle considerazioni legate alla sicurezza, degli aspetti della distanza, del territorio, dei confini, delle frontiere. E’ in questa prospettiva che Colombo opera una sorta di rovesciamento teorico sul concetto di globalizzazione: “Invece di chiederci se e quanto stia aumentando la globalizzazione rispetto al passato, ci chiederemo se e quanto la globalizzazione del passato sopravviva all’attuale contesto internazionale”.

In “La guerra ineguale”  è riportato un celebre passo di Tolstoj in cui si descrive un duello tra schermidori dove lo sconfitto per salvare la propria vita decide di abbandonare le regole dell’arte schermistica per afferrare un bastone. Nel momento stesso in cui chi fa la guerra abbandona le regole, descrivere “il duello” secondo “le regole dell’arte della scherma” appare fuori dalla realtà. Riflettendo sulle guerre ineguali odierne, catalogate come “anomale” dal diritto internazionale si potrebbe notare uno scarto (o un ritardo) nel definire il fenomeno bellico con gli occhi del giurista. Su questo aspetto il Professor Colombo, durante il nostro incontro, ha sostenuto che l’analisi del duello vada scissa in due diversi piani. Nella guerra, come nel duello esiste una duplice reciprocità tra una dimensione che riguarda i rapporti di forza e l’aspetto dell’azzardo e una dimensione che riguarda il riconoscimento di condizioni di mutua legittimità nel recinto dello scontro (ed è questa la dimensione afferente il diritto). Su questo punto il Professor Colombo ritiene naturale ed inevitabile che vi sia una tensione nel rapporto tra regole e comportamenti, nello specifico della guerra. Nel quadro attuale, caratterizzato dal tramonto della società internazionale, la guerra sembra fuoriuscire sempre più dagli argini della politica e del diritto e definire chi ha diritto a muovere  guerra, a quali condizioni spaziali e temporali e cosa è lecito fare in guerra, appare sempre più difficile.

In un’altra parte interessante de “La guerra ineguale” il Professor Colombo analizza come “il dominio dell’aria” porti al superamento dell’“hortus clausus” della guerra e il conseguente coinvolgimento indiscriminato di civili affievolendo i confini tra guerra e pace. La rivoluzione negli affari militari dell’ultimo secolo, l’utilizzo di strumenti armati a controllo remoto, sembrano far precipitare ancor di più le relazioni internazionali lungo un crinale opaco dove guerra e pace non sono più distinte e l’attributo statale della sovranità sembra tramontare. Questa involuzione potrebbe portarci a considerare l’uso indiscriminato della violenza come un portato inevitabile della modernità. Colombo esclude questa ipotesi: lo sviluppo applicato alle tecnologie militari, pur avendo in potenza aspetti degenerativi nell’uso della violenza, resta comunque un fattore neutro e subordinato all’elemento politico.

La seconda parte dell’intervista si è dedicata al libro “La disunità del mondo”, in cui si contrappone la globalità passata alla scomposizione geopolitica presente. Quest’ultima si manifesta soprattutto negli spazi post-imperiali come frammentazione ma anche definizione (o meglio, ridefinizione) di confini e di spazi. Eppure, ciò che si riscontra è un’instabilità degli spazi post-unitari maggiore che altrove; specularmente, l’impero è sia emblema di ordine che della mancanza di contorni, in quanto le frontiere imperiali sono permeabili, osmotiche, “mobili”. Per questo è stato domandato a Colombo qualche chiarimento sulla correlazione tra spazio e ordine. Colombo ha sottolineato che è solo il radicamento nello spazio a provocare ordine. Gli spazi post-imperiali sono tendenzialmente più instabili perché la scomposizione geopolitica ed istituzionale non esaurisce la forza gravitazionale dello spazio unitario precedente. In questo caso non è la mancanza di definizione territoriale a portare disordine, bensì dei “residui di interdipendenza”: reti, infrastrutture, vie di comunicazione ma anche comunanza di elementi simbolici.

L’ultimo aspetto su cui abbiamo riflettuto insieme al Professor Colombo è infine il fulcro de “La disunità del mondo”, in cui Colombo inizialmente ribadisce che la statualità resta la forma organizzativa dominante, nonostante il disallineamento tra statualità giuridica e statualità empirica e la scarsa distinzione tra statualità e non statualità. Ciò si manifesta in tutta una serie di “tipologie intermedie”: Stati fragili, Stati falliti, e poi ancora sistemi di governance multilivello, sistemi “proto-statali”, entità religiose o etniche che però agiscono politicamente (nel senso schmittiano del termine). Abbiamo chiesto a Colombo perciò come fosse possibile rendere compatibile una presunta “isomorfia istituzionale” con la “proliferazione di ibridi politici e giuridici” che lui pure tratta nel libro. Il nodo della questione è se lo Stato sia la forma organizzativa dominante perché permette un effettivo esercizio di sovranità o perché è funzionale al riconoscimento e alla legittimazione da parte degli altri attori del sistema internazionale. La risposta del nostro intervistato ha ripreso il tema della duplice reciprocità, ossia della coesistenza, anche nella forma-Stato, così come nel fenomeno bellico, di due anime: da un lato la forza, dall’altro il diritto. Colombo ha poi aggiunto uno spunto per ulteriori ricerche future: è ancora lo Stato la forma più adatta di organizzazione spazio-potere? Di certo il fatto che lo Stato esista oggi accanto a soggetti giuridici diversi che hanno la pretesa e la capacità di agire a livello internazionale è un sintomo su cui riflettere…

Alessandra Russo, Niccolò De Scalzi




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